
Vance accusa: «In Israele c’è chi vuole la guerra infinita con l’Iran»
Il vicepresidente americano denuncia campagne di influenza per sabotare i negoziati, mentre Washington alterna bombardamenti e diplomazia sullo Stretto di Hormuz.
L’amministrazione statunitense ha aperto una crepa pubblica con una parte dell’establishment israeliano. In un’intervista al podcast di Joe Rogan, il vicepresidente JD Vance ha dichiarato di sapere «oltre ogni ombra di dubbio» che esponenti del governo di Israele stanno manipolando l’opinione pubblica americana per prolungare indefinitamente il conflitto con l’Iran. Secondo fonti dell’amministrazione, l’obiettivo di queste manovre sarebbe far deragliare il negoziato voluto dal presidente Trump per chiudere la partita nucleare e garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Vance ha citato un’inchiesta della rivista Time su una campagna di influenza finanziata da ambienti israeliani e gestita dall’ex responsabile della campagna trumpiana Brad Parscale, che avrebbe pagato influencer conservatori per attaccare la tregua. «Quando vedo una campagna di influenza straniera pagata per affondare l’accordo che sto perseguendo, la mia risposta è: andate al diavolo. Io rappresento gli americani», ha tagliato corto.
Nell’ottica di Tel Aviv, la prospettiva di un’intesa che congeli l’arricchimento dell’uranio senza smantellare l’infrastruttura nucleare iraniana è inaccettabile. Fonti della sicurezza israeliana, citate dalla stampa mediorientale, temono che la Casa Bianca stia perdendo la determinazione a eliminare l’arsenale iraniano e stia dirottando l’attenzione sulla protezione del traffico mercantile. La reazione israeliana al primo accordo-quadro tra Washington e Teheran, reso noto il mese scorso, era stata durissima: un editorialista aveva parlato di «umiliazione» e di un Trump che «ha rinnegato ogni promessa». Lo stesso presidente americano, tuttavia, ha rimproverato pubblicamente Israele per attacchi in Libano contro edifici in gran parte civili, segnalando che la tensione non è solo sotterranea.
La partita si gioca intanto sul campo. Dopo la ripresa dei raid americani l’8 luglio, le forze statunitensi hanno colpito obiettivi iraniani nello Stretto di Hormuz, mentre Teheran ha risposto attaccando basi americane in Medio Oriente e annunciando la chiusura dello stretto fino alla fine dell’intervento di Washington. Il presidente Trump ha replicato imponendo un blocco navale ai porti iraniani e dichiarando che gli Stati Uniti saranno i «guardiani» del passaggio. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, che dipende dal corridoio di Hormuz per una quota rilevante degli approvvigionamenti energetici, l’instabilità si traduce in un immediato rischio di rialzo dei prezzi di petrolio e gas, con effetti diretti sulla fiscalità e sulla competitività industriale.
Secondo analisti europei, la strategia di Vance riflette una consapevolezza maturata al Pentagono: la sola forza militare non può mettere in sicurezza uno stretto dove è «troppo facile sparare contro le navi». Per questo il vicepresidente insiste sulla necessità di «essere disposti a parlare e a cercare una soluzione», combinando pressione economica e incentivi con un dialogo rivolto alle componenti più pragmatiche della leadership iraniana. Vance ha ammesso che il processo sarà «molto complicato, con molte pause e riprese», ma ha rivendicato la linea come l’unica in grado di raggiungere i due obiettivi fissati da Trump: impedire a Teheran di dotarsi dell’arma nucleare e garantire il libero flusso di petrolio e gas.
Al momento il dossier resta sospeso tra diplomazia e ostilità. I negoziati, secondo fonti di Washington, proseguono nonostante gli scontri, mentre il Congresso è stato formalmente notificato della ripresa delle operazioni belliche. La prossima verifica arriverà dalla tenuta del cessate-il-fuoco in Libano e dalla capacità dell’amministrazione di contenere le spinte centrifughe che, da Israele come da Teheran, rischiano di trasformare una crisi regionale in un conflitto aperto e prolungato.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa israeliana | −0.50 | critical |
| Stampa latinoamericana | +0.30 | aligned |
| Stampa russa e CSI | +0.10 | neutral |
L'accusa di Vance rivela una profonda frattura tra Stati Uniti e Israele, con i falchi israeliani che minano gli sforzi diplomatici.
Il blocco presenta l'accusa di Vance come un dato di fatto, inserendola in una narrazione di tensione tra alleati, conferendole così credibilità senza un'esplicita approvazione.
Il blocco omette qualsiasi risposta o contro-narrativa israeliana, lasciando l'accusa di Vance senza contestazione.
Israele viene ingiustamente accusato da Vance; il vero problema è che Israele sta perdendo la guerra dell'opinione pubblica, non che sta manipolando la politica americana.
Il blocco riformula l'accusa di Vance come un sintomo del declino del sostegno pubblico a Israele, spostando così l'attenzione dall'accusa stessa alla vittimizzazione di Israele. Respinge anche le affermazioni di influenza come esagerate, creando una narrazione difensiva.
Il blocco omette le specifiche accuse di manipolazione israeliana e le prove citate da Vance, concentrandosi invece sulla generica affermazione di perdita di opinione pubblica.
La diplomazia con l'Iran è l'unica via percorribile; chi rifiuta i negoziati è fuorviato. Gli Stati Uniti sono sulla strada giusta nonostante la complessità.
Il blocco riporta selettivamente solo i commenti di Vance sulla diplomazia, omettendo la controversa accusa contro Israele, costruendo così una narrazione di pragmatismo e ricerca di pace da parte degli USA.
Il blocco omette l'accusa di Vance secondo cui i leader israeliani stanno prolungando il conflitto, così come qualsiasi menzione delle tensioni USA-Israele, concentrandosi esclusivamente sull'angolo diplomatico.
Gli Stati Uniti si stanno muovendo nella giusta direzione con l'Iran, ma il percorso è complesso e incerto. La diplomazia rimane fondamentale e l'influenza israeliana non è un fattore importante.
Il blocco presenta i commenti di Vance come una valutazione equilibrata, concentrandosi sulla direzione positiva pur riconoscendo l'incertezza, ritraendo così gli USA come un attore razionale. Marginalizza l'angolo dell'influenza israeliana per evitare di prendere posizione.
Il blocco omette l'accusa diretta di Vance secondo cui i leader israeliani stanno prolungando la guerra, così come qualsiasi menzione di attriti USA-Israele, presentando invece una versione edulcorata delle dichiarazioni di Vance.
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