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Scienza e Salutegiovedì 16 luglio 2026

Demenza, fino al 45% dei casi è prevenibile: le nuove coordinate della scienza

Dalle linee guida dell’OMS agli studi su microglia, alimentazione e multilinguismo, la prevenzione ridisegna l’approccio all’invecchiamento cerebrale.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha aggiornato le proprie linee guida con un dato che modifica la percezione del rischio: fino al 45% dei casi di demenza può essere prevenuto o ritardato intervenendo su fattori modificabili. Il documento, pubblicato il 15 luglio, stima in oltre 57 milioni le persone che convivono con la malattia nel mondo e in circa 10 milioni i nuovi casi ogni anno. La novità principale è l’ingresso dell’inquinamento atmosferico e dei disturbi visivi non trattati tra i fattori di rischio, accanto a ipertensione, diabete, fumo, alcol, isolamento sociale e perdita dell’udito. Secondo gli analisti di Ginevra, la strategia più efficace resta la prevenzione avviata già in età adulta, perché non esiste ancora una cura capace di arrestare la progressione della patologia.

Sul fronte della ricerca di base, un gruppo dell’Istituto di Neuroscienze di Alicante e del Politecnico di Losanna ha pubblicato su «Cell Death & Disease» uno studio preclinico che punta a riprogrammare la microglia, le cellule immunitarie del cervello. In modelli animali, la molecola sperimentale OLE ha ridotto le placche di beta-amiloide, l’infiammazione e ha migliorato i test di memoria, ripristinando la funzione protettiva di queste cellule anziché eliminarle. Parallelamente, uno studio osservazionale su 10.775 individui seguito per dieci anni e apparso su «JAMA Neurology» mostra che un’alimentazione in cui oltre il 28% delle calorie proviene da cibi ultra-processati – l’equivalente di 400 calorie al giorno in una dieta da 2.000 – si associa a un declino cognitivo più rapido e a un maggior rischio di demenza. I ricercatori europei e statunitensi indicano nell’infiammazione sistemica il meccanismo ponte tra alimentazione industriale e danno neuronale.

Un ulteriore tassello arriva dalle neuroscienze del linguaggio. Dati preliminari presentati a un recente congresso scientifico e basati su scansioni cerebrali di circa 39.000 persone suggeriscono che parlare più lingue è associato a un cervello biologicamente più giovane: due lingue corrisponderebbero a un ritardo di sei anni nell’invecchiamento cerebrale, quattro lingue fino a tredici anni. Lo studio su 86.000 europei indica che il monolinguismo raddoppia il rischio di invecchiamento cerebrale accelerato. Tuttavia, gli stessi ricercatori avvertono che il beneficio potrebbe riflettere una diagnosi più tardiva piuttosto che un rischio effettivamente ridotto, e che il vantaggio è mediato dal livello di istruzione e dallo status socioeconomico.

Queste evidenze si inseriscono in un quadro demografico che tocca da vicino anche l’Italia e l’Europa. L’Indonesia, che con oltre 200 milioni di multilingue è il più grande paese plurilingue al mondo, mostra tassi di demenza in crescita in alcune aree, segno che la sola competenza linguistica non basta se mancano reti sociali e accesso alle cure. In parallelo, l’invecchiamento della popolazione spinge i sistemi sanitari a ripensare l’assistenza: dall’edilizia residenziale per anziani in Kalimantan alla digitalizzazione dei servizi medici per contenere i costi aziendali, fino alla prevenzione dell’obesità infantile e delle patologie cardiovascolari nei giovani adulti, che secondo i CDC e l’NHLBI registrano un’impennata di casi tra i 20 e i 44 anni.

Il prossimo passaggio atteso è la validazione clinica della molecola OLE sull’uomo e l’adozione su larga scala delle raccomandazioni OMS nei piani nazionali di prevenzione. Nel frattempo, la Commissione Lancet ribadisce che anche piccoli cambiamenti – 150 minuti di attività fisica settimanale, controllo di pressione e colesterolo, sonno di qualità e relazioni sociali attive – possono incidere in modo misurabile sulla traiettoria cognitiva individuale.

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giovedì 16 luglio 2026

Demenza, fino al 45% dei casi è prevenibile: le nuove coordinate della scienza

Dalle linee guida dell’OMS agli studi su microglia, alimentazione e multilinguismo, la prevenzione ridisegna l’approccio all’invecchiamento cerebrale.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha aggiornato le proprie linee guida con un dato che modifica la percezione del rischio: fino al 45% dei casi di demenza può essere prevenuto o ritardato intervenendo su fattori modificabili. Il documento, pubblicato il 15 luglio, stima in oltre 57 milioni le persone che convivono con la malattia nel mondo e in circa 10 milioni i nuovi casi ogni anno. La novità principale è l’ingresso dell’inquinamento atmosferico e dei disturbi visivi non trattati tra i fattori di rischio, accanto a ipertensione, diabete, fumo, alcol, isolamento sociale e perdita dell’udito. Secondo gli analisti di Ginevra, la strategia più efficace resta la prevenzione avviata già in età adulta, perché non esiste ancora una cura capace di arrestare la progressione della patologia.

Sul fronte della ricerca di base, un gruppo dell’Istituto di Neuroscienze di Alicante e del Politecnico di Losanna ha pubblicato su «Cell Death & Disease» uno studio preclinico che punta a riprogrammare la microglia, le cellule immunitarie del cervello. In modelli animali, la molecola sperimentale OLE ha ridotto le placche di beta-amiloide, l’infiammazione e ha migliorato i test di memoria, ripristinando la funzione protettiva di queste cellule anziché eliminarle. Parallelamente, uno studio osservazionale su 10.775 individui seguito per dieci anni e apparso su «JAMA Neurology» mostra che un’alimentazione in cui oltre il 28% delle calorie proviene da cibi ultra-processati – l’equivalente di 400 calorie al giorno in una dieta da 2.000 – si associa a un declino cognitivo più rapido e a un maggior rischio di demenza. I ricercatori europei e statunitensi indicano nell’infiammazione sistemica il meccanismo ponte tra alimentazione industriale e danno neuronale.

Un ulteriore tassello arriva dalle neuroscienze del linguaggio. Dati preliminari presentati a un recente congresso scientifico e basati su scansioni cerebrali di circa 39.000 persone suggeriscono che parlare più lingue è associato a un cervello biologicamente più giovane: due lingue corrisponderebbero a un ritardo di sei anni nell’invecchiamento cerebrale, quattro lingue fino a tredici anni. Lo studio su 86.000 europei indica che il monolinguismo raddoppia il rischio di invecchiamento cerebrale accelerato. Tuttavia, gli stessi ricercatori avvertono che il beneficio potrebbe riflettere una diagnosi più tardiva piuttosto che un rischio effettivamente ridotto, e che il vantaggio è mediato dal livello di istruzione e dallo status socioeconomico.

Queste evidenze si inseriscono in un quadro demografico che tocca da vicino anche l’Italia e l’Europa. L’Indonesia, che con oltre 200 milioni di multilingue è il più grande paese plurilingue al mondo, mostra tassi di demenza in crescita in alcune aree, segno che la sola competenza linguistica non basta se mancano reti sociali e accesso alle cure. In parallelo, l’invecchiamento della popolazione spinge i sistemi sanitari a ripensare l’assistenza: dall’edilizia residenziale per anziani in Kalimantan alla digitalizzazione dei servizi medici per contenere i costi aziendali, fino alla prevenzione dell’obesità infantile e delle patologie cardiovascolari nei giovani adulti, che secondo i CDC e l’NHLBI registrano un’impennata di casi tra i 20 e i 44 anni.

Il prossimo passaggio atteso è la validazione clinica della molecola OLE sull’uomo e l’adozione su larga scala delle raccomandazioni OMS nei piani nazionali di prevenzione. Nel frattempo, la Commissione Lancet ribadisce che anche piccoli cambiamenti – 150 minuti di attività fisica settimanale, controllo di pressione e colesterolo, sonno di qualità e relazioni sociali attive – possono incidere in modo misurabile sulla traiettoria cognitiva individuale.

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