
Terremoto in Venezuela: 2.595 morti accertati, migliaia i dispersi
Il governo di Caracas conferma 12.400 feriti, mentre le Nazioni Unite stimano fino a 50.000 persone scomparse e l’OMS avverte che il bilancio potrebbe aggravarsi.
Due violente scosse di magnitudo 7.2 e 7.5, seguite da oltre seicento repliche, hanno colpito il nord del Venezuela la sera del 24 giugno, provocando il crollo di interi edifici e un bilancio provvisorio di 2.595 morti e 12.400 feriti, secondo i dati ufficiali diffusi dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez. La regione più devastata è lo stato costiero di La Guaira, dove almeno 189 palazzi sono collassati completamente e quasi tutti i funzionari pubblici locali hanno perso la vita, ha dichiarato la stessa Rodríguez in una conferenza stampa a Caracas.
Il numero delle vittime accertate è cresciuto di trecento unità in un solo giorno, ma resta incerto il conteggio delle persone scomparse. Le autorità venezuelane non hanno ancora fornito una cifra ufficiale, mentre le Nazioni Unite stimano che i dispersi possano essere circa 50.000. Un elenco non ufficiale, compilato da organizzazioni della società civile e ampiamente diffuso online, indicava invece circa 38.500 nominativi ancora da localizzare. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avvertito che il totale dei deceduti è destinato ad aumentare in modo considerevole man mano che le operazioni di ricerca e soccorso lasceranno spazio al recupero delle salme.
Sul fronte dei soccorsi, il governo di Caracas ha respinto le accuse di lentezza e inefficienza, sostenendo di aver attivato i protocolli di protezione civile entro poche ore dal sisma e di aver dispiegato oltre 19.000 uomini tra militari, polizia e vigili del fuoco. Rodríguez ha definito “miserabili” le denunce di mancata assistenza, attribuendole a campagne di disinformazione. Parallelamente, ha annunciato l’avvio di colloqui con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e la Banca Interamericana di Sviluppo per ottenere crediti e donazioni destinati alla ricostruzione, e la creazione di un fondo iniziale di 200 milioni di dollari. Squadre di soccorritori provenienti da 33 Paesi, inclusi diversi Stati europei, stanno operando nelle zone colpite, sebbene alcune organizzazioni non governative abbiano segnalato ostacoli burocratici e blocchi stradali.
In un contesto di crescente emergenza umanitaria, con migliaia di sfollati che dormono all’aperto e carenza di acqua potabile e cibo, l’OMS ha inviato oltre sei tonnellate di forniture mediche e prevede di farne arrivare altre ventotto. Le autorità sanitarie temono un’impennata di malattie infettive, favorite dal collasso dei servizi igienici e dalla bassa copertura vaccinale preesistente. Le ricerche di superstiti proseguono senza sosta: nella notte tra il 1° e il 2 luglio un vigilante di 43 anni, Hernán Gil, è stato estratto vivo dopo otto giorni sotto le macerie di un centro commerciale a Catia La Mar. Il bilancio resta provvisorio e le operazioni di identificazione delle vittime, condotte con impronte digitali, fotografie e, nei casi più complessi, arcate dentarie, sono ancora in corso.
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Il governo presenta il bilancio delle vittime come rigoroso e definitivo, sottolineando l'attivazione immediata dei soccorsi e l'arrivo di aiuti internazionali per la ricostruzione. Si difende dalle accuse di ritardo e mantiene l'attenzione sulle operazioni di ricerca ancora in corso.
Fonti non ufficiali e organizzazioni internazionali suggeriscono che il vero bilancio delle vittime sia molto più alto di quanto ammesso dal governo. Si accusa l'esecutivo di minimizzare il disastro e di aver risposto con lentezza, mentre l'ONU avverte di decine di migliaia di dispersi.
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