
Dalla madre di Mosè allo zero immoralità: i modelli etici dell’Islam
Mentre un bambino sceglie un supereroe di plastica, la tradizione islamica ripropone figure di fede e resilienza per affrontare le crisi contemporanee.
In una cartoleria di Teheran, un bambino di sette anni esita davanti a uno scaffale di quaderni. Le copertine sono popolate da supereroi dai muscoli ipertrofici e creature dei cartoon. La madre lo osserva, consapevole che quei personaggi diventeranno, per qualche mese, i compagni di banco del figlio. È una scena quotidiana, ma secondo l’esperto iraniano di educazione religiosa Hojjatoleslam Sajjad Rajabi, essa rivela un vuoto: «Non abbiamo presentato alle nuove generazioni i modelli reali», ha dichiarato, riferendosi alle figure esemplari della tradizione islamica, spesso assenti dall’immaginario infantile.
Eppure, il Corano e la storia dei primi musulmani offrono un repertorio di personaggi dalla statura morale imponente. La madre di Mosè, che affida il figlio alle acque del Nilo con una fiducia incrollabile nella promessa divina, è per Rajabi l’emblema di una fede che precede e sostiene ogni prova. Quando il profeta Maometto inviò i suoi seguaci in Abissinia, il portavoce Ja’far ibn Abi Talib descrisse al negus un’etica fatta di protezione dei deboli, cura degli orfani, rispetto dei vicini e rifiuto della violenza: un manifesto di giustizia sociale che, secondo gli studiosi del subcontinente indiano, costituisce il nucleo del messaggio coranico, dove il servizio all’umanità non è un optional ma un’espressione necessaria della fede.
Questa visione integra la dimensione interiore e quella comunitaria. In Indonesia e Bangladesh, il concetto di muhasabah – l’autoesame quotidiano delle proprie azioni – viene oggi riscoperto come strumento di igiene mentale, parallelo alla self-reflection della psicologia contemporanea ma ancorato a una responsabilità trascendente. Non si tratta solo di gestire lo stress: la tradizione profetica prescrive anche la cura del corpo, l’alimentazione equilibrata, il sonno regolare e la pulizia come parte della fede, delineando un’ecologia della salute che, secondo osservatori del Sud-est asiatico, anticipa molte istanze della prevenzione olistica. Mentre in Occidente il dibattito sulla salute mentale tende a medicalizzare il disagio, come rilevato da analisti latinoamericani, il modello islamico propone un intervento sui processi sociali che generano sofferenza, a partire dalla costruzione di legami familiari solidi e dal rispetto per gli anziani.
Al cuore di questa architettura morale sta ciò che un commentatore bengalese ha definito «la legge dello zero immoralità»: la formula della shahada, che nega ogni falsità per affermare il bene, non è solo una professione teologica ma un principio operativo. È la stessa logica che spinse il Profeta, durante l’Egira, a rassicurare il compagno tremante nella grotta: «Non temere, Allah è con noi». Quella grotta, con il suo silenzio e la ragnatela tessuta all’ingresso, rimane l’immagine più eloquente di una resilienza che non ha bisogno di superpoteri, ma di una fiducia radicale nell’ordine delle cose.
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Il Leader Supremo è stato martirizzato, ma la sua guida continua. Noi, il popolo iraniano e i fedeli di tutto il mondo, non ci pieghiamo: la sua eredità è immortale.
Si trasforma un evento tragico in una vittoria spirituale, personalizzando la nazione nel leader e proiettando la sua influenza oltre la morte. Il consenso internazionale è citato selettivamente come prova di legittimità.
Non si menzionano le critiche internazionali al regime di Khamenei, né il contesto della sua morte (attacco congiunto USA-Israele) come atto di guerra, ma lo si inquadra come martirio inevitabile.
La morte di Khamenei è una notizia di portata globale. Il Bangladesh partecipa alle cerimonie per mantenere relazioni diplomatiche. La regione osserva con cautela.
Si adotta un tono informativo e distaccato, elencando fatti e partecipanti senza giudizio. Si evita qualsiasi commento sul regime iraniano, limitandosi alla cronaca degli eventi.
Non si analizza il ruolo dell'Iran nella regione né il contesto bellico in cui è avvenuta la morte; si omettono le divisioni interne iraniane e le reazioni contrarie.
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