
Il lutto di un padre e l’ombra dei profili fantasma: la guerra dei divieti social
Mentre l’Australia litiga su come rendere efficace il bando ai minori di 16 anni, uno studio asiatico rivela che i bambini vengono tracciati ancora prima di toccare uno schermo.
Nell’aula del parlamento australiano, la ministra delle Comunicazioni Anika Wells ha riportato, con voce ferma, la reazione di un uomo in lutto. Wayne Holdsworth, padre di Mac – un adolescente che si è tolto la vita dopo essere stato adescato e ricattato su una piattaforma social – aveva seguito i lavori da Canberra sperando in un giro di vite immediato. Quando i senatori dell’opposizione conservatrice e dei Verdi hanno bloccato le modifiche alla legge che vieta l’accesso ai social ai minori di 16 anni, rimandando il testo a un’inchiesta di otto settimane, Holdsworth ha detto, secondo il resoconto della ministra, di sentirsi trattato «con totale disprezzo». Il governo laburista aveva proposto di raddoppiare le multe per i giganti tecnologici fino a 99 milioni di dollari australiani e di obbligarli a consegnare documenti all’autorità di controllo, ma la mossa è stata congelata.
La scena condensa una tensione che attraversa i continenti. Il Regno Unito, sulla scia dell’Australia, ha annunciato un divieto analogo per gli under 16, mentre in Italia e in Europa il dibattito oscilla tra l’ipotesi di restrizioni per legge e la spinta verso l’educazione digitale. Eppure, proprio mentre i parlamenti provano a erigere muri normativi, uno studio condotto dalla società di cybersicurezza Kaspersky con il Singapore Institute of Technology su nove paesi asiatici e africani getta una luce diversa sul problema. La ricerca mostra che il 74% dei genitori teme che le piattaforme usino i dati dei figli per addestrare software, e il 73% è convinto che i minori vengano profilati attivamente. Ma il dato più sottile è un altro: anche se un bambino non ha mai toccato uno smartphone, i social network possono costruire un suo “profilo ombra” dettagliato, incrociando foto, video e tag caricati da parenti e amici.
È il paradosso dello “sharenting”, la condivisione online della genitorialità. La metà esatta dei partecipanti all’indagine prova un senso di comunità e di conferma positiva nel pubblicare aggiornamenti sui figli; l’altra metà no. Quasi l’80% ritiene che il tracciamento da parte di società di marketing porterà a conseguenze gravi. E sette genitori su dieci temono che sconosciuti possano dedurre dove abitano o quale scuola frequentano i bambini semplicemente dai post. In Malaysia, durante un laboratorio sulla sicurezza digitale organizzato da Tatler e TikTok, madri e padri hanno ribadito che la vera difesa non sta nel proibire, ma nel costruire competenze: consenso, cyberbullismo, pensiero critico. «Limitare l’accesso non crea resilienza», ha sintetizzato Vatsala Nair Manoharan, fondatrice di Moms Village Asia.
La frattura è culturale prima ancora che legislativa. In Australia, il bando entrato in vigore a dicembre 2025 aveva rimosso, disattivato o limitato oltre cinque milioni di account di minori, ma a marzo l’eSafety Commissioner ha rivelato che sette bambini su dieci già presenti sulle piattaforme proibite vi erano rimasti. La commissaria Julie Inman Grant ha ipotizzato azioni legali contro Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e YouTube, mentre il ministro della Sanità Mark Butler ha accusato l’opposizione di concedere ai colossi tech due mesi per «distruggere documenti». La senatrice liberale Sarah Henderson ha replicato che non esistono tritadocumenti nelle aziende digitali, ma la metafora della carta strappata è meno ingenua di quanto sembri: in un ecosistema dove le prove sono metadati, il tempo può cancellare tracce algoritmiche con la stessa efficacia di una lama.
Alla fine, ciò che resta è l’immagine di un’infanzia doppia. Da un lato, il ragazzo che elude il blocco con un’identità fittizia; dall’altro, il bambino che non ha mai aperto un account ma possiede già un gemello digitale, un ritratto comportamentale assemblato da sconosciuti a partire dai sorrisi condivisi dai genitori. È un’ombra che lo precede, lo classifica come potenziale consumatore e, forse, lo attende al primo accesso. Mentre i legislatori discutono di multe e inchieste, quella silhouette silenziosa continua a crescere, alimentata non dalla disobbedienza di un minore, ma dall’affetto inconsapevole di chi lo ama.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | +0.10 | neutral |
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.10 | neutral |
| Stampa sud-est asiatica | +0.20 | neutral |
I predatori sono in agguato, e solo una mano ferma può fermarli. I politici piangono, ma devono agire.
Enfatizzare il pericolo immediato e la necessità di punizione, usando il pathos delle lacrime parlamentari per creare urgenza.
Non menziona il ruolo delle piattaforme tecnologiche nella progettazione di sistemi sicuri, concentrandosi solo sulla punizione.
La protezione dei minori è un dovere collettivo. Le lacrime sono un segnale, ma servono politiche strutturali.
Universalizzare il problema come una responsabilità europea, spostando l'attenzione dalle emozioni alle soluzioni sistemiche.
Non considera le soluzioni punitive immediate, preferendo un approccio a lungo termine.
Lo Stato deve intervenire con leggi e controlli. I tribunali sono il baluardo.
Giudizializzare il problema, presentandolo come una questione di ordine pubblico e legalità.
Trascura la dimensione internazionale e la cooperazione tra paesi.
L'innovazione e il mercato possono risolvere il problema. Regolamentazione intelligente, non divieti.
Riproiettare il problema come un'opportunità di mercato, enfatizzando soluzioni tecnologiche.
Ignora la necessità di leggi severe e la protezione dei dati personali.
Allarga lo sguardo
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