
La Corte Suprema frena Trump sullo ius soli, ma avalla i divieti per le atlete trans
In un’unica giornata di giudizio, i giudici di Washington hanno confermato il diritto costituzionale alla cittadinanza per nascita e, al contempo, legittimato le leggi statali che escludono le studentesse transgender dalle competizioni femminili.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso due pronunce destinate a ridefinire il perimetro dei diritti civili e della politica migratoria americana. Con una maggioranza di sei giudici contro tre, il massimo tribunale ha dichiarato incostituzionale l’ordine esecutivo con cui il presidente Donald Trump, nel primo giorno del suo secondo mandato, intendeva negare la cittadinanza automatica ai figli nati sul suolo statunitense da genitori privi di status legale o presenti con visti temporanei. Il presidente della Corte, John Roberts, scrivendo per la maggioranza, ha ancorato la decisione al XIV Emendamento, ratificato nel 1868, e al precedente del 1898 United States v. Wong Kim Ark, affermando che «la cittadinanza, allora come oggi, è il diritto di avere diritti» e che la promessa costituzionale si estende a «ogni persona nata libera in questa terra». La sentenza, accolta con favore dalle organizzazioni per i diritti civili e dai governatori democratici, rappresenta un ostacolo formidabile per l’agenda restrittiva dell’amministrazione, che aveva fatto della lotta al cosiddetto “turismo delle nascite” un pilastro della propria retorica elettorale.
Parallelamente, la Corte ha confermato, con una divisione analoga ma su basi argomentative distinte, la legittimità delle leggi statali che vietano alle atlete transgender di partecipare a competizioni sportive femminili nelle scuole pubbliche e nelle università. Il giudice Brett Kavanaugh, estensore dell’opinione di maggioranza, ha sostenuto che il Titolo IX – la legge federale del 1972 che vieta la discriminazione sessuale nell’istruzione – e la clausola di eguale protezione non impongono di «rivoluzionare lo sport femminile in tutta l’America», consentendo agli Stati di determinare l’idoneità alle squadre femminili in base al sesso biologico. La decisione, che di fatto consolida i divieti già in vigore in ventisette Stati a guida repubblicana, è stata accolta con entusiasmo dal presidente Trump e dai procuratori generali di Idaho e West Virginia, mentre le associazioni per i diritti LGBTQ+ e i legali delle atlete ricorrenti hanno denunciato una «discriminazione istituzionalizzata» e un arretramento rispetto alle tutele riconosciute nel 2020 in materia di lavoro.
Le due sentenze, lette in controluce, rivelano la complessa geometria di un tribunale a maggioranza conservatrice ma non monolitico. Sul fronte della cittadinanza per nascita, il giudice Kavanaugh ha concordato sull’illegittimità dell’ordine esecutivo, ma per vizi di carattere statutario e non costituzionale, suggerendo che il Congresso potrebbe legiferare per limitare lo ius soli. I giudici Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch hanno invece dissentito integralmente, sostenendo che l’interpretazione maggioritaria tradisce il significato originario del XIV Emendamento. Sul versante sportivo, le tre giudici di nomina democratica – Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson – hanno parzialmente dissentito, accusando la maggioranza di aver deciso «sulla base di supposizioni anziché di fatti» e di aver inflitto un duro colpo a una minoranza già vulnerabile senza un adeguato sviluppo probatorio.
Nell’ottica europea e italiana, il doppio verdetto assume un rilievo che travalica i confini statunitensi. La blindatura dello ius soli, principio condiviso da gran parte delle democrazie liberali, rafforza indirettamente la posizione di chi, nel dibattito italiano, difende l’attuale legge sulla cittadinanza, mentre la legittimazione dei divieti sportivi per le atlete trans alimenta il confronto in seno alle federazioni internazionali, già attraversate da tensioni analoghe in vista delle Olimpiadi di Los Angeles del 2028. La Casa Bianca, pur accettando formalmente la sconfitta sullo ius soli, ha già annunciato l’intenzione di perseguire una soluzione legislativa al Congresso, dove i repubblicani controllano entrambi i rami ma dove ogni modifica sostanziale richiederebbe una maggioranza qualificata che al momento appare irraggiungibile. Il dibattito, dunque, è destinato a restare aperto, con nuovi ricorsi attesi sia sul fronte della cittadinanza – qualora il Congresso intervenisse – sia su quello sportivo, dove restano pendenti le cause contro le politiche inclusive di Stati come California e Connecticut.
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | −0.30 | critical |
| Stampa cinese | −0.50 | critical |
| Stampa iraniana e affini | −0.70 | critical |
La sentenza è una protezione di buon senso dello sport femminile, e il tentativo della BBC di inquadrarla come un divieto è propaganda ideologica.
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Gli Stati Uniti sono consumati da guerre culturali interne mentre ignorano il loro declino dell'influenza globale.
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