
La Corte Suprema americana legittima l’esclusione delle atlete trans dagli sport femminili scolastici
Con una decisione a maggioranza conservatrice, i giudici di Washington hanno stabilito che gli Stati possono vietare alle studentesse transgender di competere in squadre femminili, appellandosi al sesso biologico.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato martedì la legittimità delle leggi statali che impediscono alle atlete transgender di partecipare alle competizioni sportive femminili nelle scuole pubbliche e nelle università. La sentenza, che consolida un orientamento già adottato da ventisette Stati a guida repubblicana, è stata adottata con sei voti a favore e tre contrari sulla questione costituzionale dell’eguale protezione, mentre all’unanimità i nove giudici hanno escluso che tali divieti violino il Titolo IX, la legge federale che proibisce la discriminazione sessuale nell’istruzione. L’effetto immediato è il via libera definitivo alle norme dell’Idaho e della Virginia Occidentale, e di riflesso a quelle analoghe in vigore in oltre metà del Paese.
Secondo la maggioranza conservatrice, espressa dal giudice Brett Kavanaugh, il termine «sesso» contenuto nel Titolo IX del 1972 va interpretato esclusivamente in senso biologico, e gli Stati possono riservare le squadre femminili alle «femmine biologiche» per garantire equità competitiva e sicurezza. Kavanaugh ha descritto lo sport come un «gioco a somma zero», in cui l’inclusione di un atleta biologicamente maschio può privare un’atleta di un posto in squadra o di una medaglia. I tre giudici di nomina democratica, pur concordando sull’interpretazione del Titolo IX, hanno dissentito sulla clausola costituzionale: la giudice Sonia Sotomayor ha accusato la maggioranza di fondare la decisione su «supposizioni anziché su fatti», infliggendo un danno sproporzionato a una minoranza già vulnerabile senza concederle un pieno contraddittorio.
La decisione si inserisce in un più ampio riassetto conservatore della giurisprudenza sui diritti delle persone transgender. Negli ultimi due anni la stessa Corte ha autorizzato il Tennessee a vietare le cure di affermazione di genere per i minori, ha permesso all’amministrazione Trump di escludere le persone trans dalle forze armate e di impedire l’indicazione dell’identità di genere sui passaporti. Nell’ottica delle organizzazioni per i diritti civili come l’American Civil Liberties Union, si tratta di un arretramento che trasforma la partecipazione sportiva dei giovani in un campo di battaglia politico, colpendo un numero esiguo di studenti in nome di un pericolo non dimostrato. Sul fronte opposto, l’amministrazione Trump e i procuratori generali di Idaho e Virginia Occidentale hanno celebrato la sentenza come una vittoria del «buon senso» e della protezione delle opportunità femminili.
Il caso trae origine dalle storie di due atlete: Becky Pepper-Jackson, studentessa liceale della Virginia Occidentale che ha assunto bloccanti della pubertà e vinto un titolo statale nel getto del peso, e Lindsay Hecox, universitaria dell’Idaho che aveva chiesto di poter competere nella corsa campestre. Entrambe avevano ottenuto sospensive dai tribunali inferiori, ora annullate. La sentenza non impone un divieto nazionale, ma crea un precedente che scoraggia ulteriori ricorsi e consolida la frammentazione normativa tra Stati. Il Comitato Olimpico Internazionale e la NCAA avevano già adottato restrizioni analoghe, segnalando un allineamento tra la giurisprudenza americana e la governance sportiva globale. Resta aperto, come ha precisato lo stesso Kavanaugh, il distinto quesito se le scuole possano volontariamente ammettere atlete trans nelle squadre femminili: una questione che i tribunali di grado inferiore stanno già esaminando e che potrebbe in futuro tornare davanti alla Corte.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La Corte Suprema ha inferto un altro duro colpo ai diritti LGBTQ, confermando i divieti statali per le atlete transgender negli sport femminili. La maggioranza conservatrice di 6 a 3 ha stabilito che tali leggi non violano la protezione paritaria né il Titolo IX. I sostenitori dei diritti civili avvertono che questa decisione marginalizzerà ulteriormente un gruppo già vulnerabile e incoraggerà leggi discriminatorie in tutto il paese.
La Corte Suprema ha affermato il diritto degli Stati di proteggere gli sport femminili, richiedendo che gli atleti competano in base al sesso biologico. La sentenza a favore di Idaho e West Virginia crea un precedente nazionale che salvaguarda l'equità e la sicurezza nelle competizioni femminili. I sostenitori celebrano questa come una vittoria del buon senso e dell'integrità dello sport femminile.
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