
Kenya ferma il centro di quarantena statunitense per l’Ebola: la pressione legale e sociale blocca il progetto
Il ministro della Salute Aden Duale ha ordinato l’arresto immediato dei lavori alla base aerea di Laikipia, dopo essere stato convocato per oltraggio alla corte; la vicenda intreccia sovranità sanitaria, proteste e tensioni politiche interne.
Il governo keniano ha sospeso in via definitiva la costruzione del centro di quarantena per l’Ebola finanziato e gestito dagli Stati Uniti presso la base aerea di Laikipia, a circa duecento chilometri da Nairobi. La decisione, comunicata personalmente dal ministro della Salute Aden Duale davanti all’Alta Corte di Nairobi, arriva dopo settimane di disobbedienza a un precedente ordine di sospensione e dopo che lo stesso ministro era stato riconosciuto in oltraggio alla magistratura. Duale ha dichiarato di aver «ordinato la cessazione immediata e completa di qualsiasi costruzione, preparazione del sito o attività correlata», precisando che la collaborazione con Washington sul programma di quarantena è stata congelata in attesa della decisione definitiva sul ricorso presentato da organizzazioni per i diritti civili. Il giudice ha accolto le scuse del ministro, liberandolo con un ammonimento, ma ha ribadito l’obbligo di conformarsi alle direttive giudiziarie.
Secondo fonti dell’amministrazione statunitense, la struttura – dotata di una cinquantina di posti letto e pensata per accogliere cittadini americani eventualmente evacuati dalla Repubblica Democratica del Congo, dove è in corso un’epidemia con oltre mille casi – era ritenuta essenziale per la protezione del personale espatriato. Voli con equipaggiamenti e personale specializzato hanno continuato ad atterrare alla base nonostante il blocco giudiziario, come confermato da dati di tracciamento aereo e immagini satellitari che mostravano un avanzamento dei lavori. La Conferenza episcopale keniana, in una dichiarazione pubblica, ha espresso «grave preoccupazione» per un’iniziativa «imposta ai keniani senza adeguata consultazione pubblica, controllo parlamentare o trasparenza sugli accordi», mettendo in discussione la sovranità nazionale e il rischio di importare una malattia letale. I vescovi hanno collegato la mancanza di dialogo alle tensioni esplose a Laikipia, dove proteste contro il centro hanno causato almeno tre vittime.
La vicenda del centro Ebola si inserisce in un clima politico già surriscaldato dalla mobilitazione indetta per il 25 giugno, anniversario delle manifestazioni anti-governative del 2024 e 2025, che gli attivisti intendono commemorare con cortei in tutto il Paese. Le autorità di polizia hanno negato di aver ricevuto notifiche valide e hanno avvertito che non sarà tollerata alcuna protesta, mentre il portavoce del governo Isaac Mwaura ha quantificato in oltre sei miliardi di scellini le perdite economiche causate dalle precedenti dimostrazioni. L’ex vicepresidente Rigathi Gachagua ha invitato i keniani a restare in casa, denunciando l’esistenza di un piano orchestrato dal ministro dell’Interno Kipchumba Murkomen per finanziare bande di facinorosi e colpire le roccaforti dell’opposizione. La Conferenza episcopale e il Consiglio interreligioso hanno lanciato appelli alla calma, chiedendo al governo di ascoltare le voci critiche e di garantire il rispetto della vita e della proprietà durante le commemorazioni.
Dal punto di vista degli analisti regionali, la sospensione del centro di quarantena rappresenta un punto di svolta nel delicato equilibrio tra cooperazione sanitaria internazionale e percezione di ingerenza esterna. L’accordo, che prevedeva anche un finanziamento statunitense di 13,5 milioni di dollari per la preparazione keniana all’Ebola, è stato letto da ampi settori della società civile come un cedimento di sovranità su infrastrutture strategiche e dati sanitari. Il dossier resta aperto: la sospensione è temporanea, in attesa dell’udienza sul ricorso di merito, mentre il governo keniano dovrà dimostrare di aver ripristinato un percorso decisionale trasparente. Le proteste del 25 giugno, sebbene formalmente dedicate alle vittime delle repressioni passate, rischiano di diventare un nuovo banco di prova per la tenuta dell’ordine pubblico e per la capacità delle istituzioni di gestire il dissenso senza alimentare ulteriori fratture.
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In Kenya, il ministro della Salute ha evitato per poco una condanna per oltraggio dopo aver ignorato un ordine del tribunale di fermare un centro di isolamento per Ebola finanziato dagli USA. La forte opposizione popolare e le proteste, anche mortali, contro il rischio di importare il virus hanno costretto il governo a sospendere il progetto, riaffermando l'autorità giudiziaria e la sovranità popolare.
Di fronte alla contestazione popolare e al timore di importare l'Ebola, il Kenya ha sospeso l'apertura di un centro di quarantena americano. Il progetto cristallizza tensioni politiche e preoccupazioni sanitarie in una regione già alle prese con un'epidemia.
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