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Geopolitica e Politicamartedì 23 giugno 2026

Rubio nel Golfo: rassicurare gli alleati dopo l’intesa con Teheran

Il capo della diplomazia americana affronta i timori dei partner arabi su missili, Stretto di Hormuz e fondo di ricostruzione, mentre il negoziato con l’Iran entra nella fase tecnica.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio è atterrato ad Abu Dhabi martedì per una tournée che toccherà anche Kuwait e Bahrein, dove giovedì incontrerà i ministri del Consiglio di cooperazione del Golfo. La missione – la prima di un alto dirigente statunitense dopo la firma, il 14 giugno, di un memorandum d’intesa tra Washington e Teheran – ha un obiettivo dichiarato: ascoltare i timori di alleati che durante la guerra si sono sentiti esposti agli attacchi iraniani e ora guardano con scetticismo a un’intesa che non vincola i missili balistici, non smantella la rete dei proxy regionali e prefigura un fondo di ricostruzione da 300 miliardi di dollari.

Le monarchie del Golfo, che ospitano basi militari americane e hanno pagato un prezzo economico elevato per il conflitto, temono che l’accordo rafforzi Teheran. Secondo analisti e diplomatici della regione, l’assenza di qualsiasi limite al programma missilistico iraniano è la preoccupazione più immediata: tutti i Paesi del Golfo si trovano entro la gittata dei missili di Teheran e sono stati colpiti durante le ostilità. Il Bahrein, con una maggioranza sciita, teme che un Iran finanziariamente rinvigorito possa fomentare disordini interni; il Kuwait, privo di difese antimissile avanzate e interamente dipendente dallo Stretto di Hormuz per le esportazioni petrolifere, è considerato il più vulnerabile. Un funzionario emiratino ha dichiarato all’AFP che Abu Dhabi «non è a conoscenza di alcun fondo da 300 miliardi e non vi è in alcun modo coinvolta», mentre Riad ha fatto sapere di non avere dettagli sulla proposta.

Dal canto suo, Rubio ha precisato che il fondo di ricostruzione è «una questione per un futuro lontano» e che non chiederà contributi immediati. Ha insistito sul fatto che lo Stretto di Hormuz è un passaggio internazionale e che nessun Paese può imporre pedaggi, un messaggio rivolto tanto a Teheran quanto ai partner arabi. A Washington, l’amministrazione Trump resta compatta dietro l’intesa, nonostante le critiche di alcuni repubblicani al Congresso. Analisti vicini all’establishment della sicurezza nazionale suggeriscono che Rubio possa ricordare agli alleati la storia di politiche aggressive di Trump verso l’Iran e la disponibilità a riprendere i bombardamenti se il memorandum fallisse. La visita serve anche a dimostrare che gli Stati Uniti non intendono abbandonare l’architettura di sicurezza regionale, in un momento in cui diverse capitali del Golfo stanno diversificando i propri fornitori di difesa, cercando maggiore prevedibilità.

Da Teheran, il capo negoziatore Mohammad Bagher Qalibaf ha ribadito che la situazione nello Stretto «non tornerà quella prebellica» e che l’Iran avrà un ruolo primario nella gestione del passaggio, assieme all’Oman. L’Iran continua a escludere qualsiasi discussione sulle proprie capacità missilistiche e difensive, mentre ha accettato di riammettere gli ispettori dell’AIEA, un gesto che Washington interpreta come un segnale di disponibilità. Il nodo Hormuz è cruciale per l’Europa e per l’Italia: circa un quinto del petrolio mondiale transita da quel braccio di mare, e ogni restrizione o tassazione imposta da Teheran si tradurrebbe in un immediato shock sui prezzi dell’energia, con conseguenze dirette per le economie del Mediterraneo.

La tournée di Rubio si inserisce in un negoziato che entra ora in una fase tecnica, dopo il round inaugurale in Svizzera. Il memorandum concede sessanta giorni per raggiungere un accordo permanente, un orizzonte che prolunga l’incertezza per i Paesi del Golfo. Giovedì, al termine del tour, il segretario di Stato parteciperà alla riunione ministeriale del GCC in Bahrein: sarà quello il banco di prova per misurare se le rassicurazioni americane basteranno a ricucire la fiducia con alleati che, pur restando ancorati alla partnership strategica con Washington, stanno già esplorando nuovi equilibri.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Gli Stati Uniti stanno promuovendo un accordo che non impone limiti ai missili balistici iraniani e prevede un fondo di ricostruzione da 300 miliardi di dollari, premiando di fatto Teheran. Gli alleati del Golfo temono che ciò rafforzi l'Iran e sconvolga l'equilibrio di sicurezza regionale, rendendoli più vulnerabili.

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Il tour di Rubio mira ad ascoltare le preoccupazioni del Golfo sulle ricadute economiche e di sicurezza di qualsiasi accordo con l'Iran. Gli Stati del Golfo, in particolare Kuwait ed Emirati, temono per le loro esportazioni di petrolio e per lo Stretto di Hormuz, e chiedono garanzie che i loro interessi non vengano sacrificati.

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Rubio nel Golfo: rassicurare gli alleati dopo l’intesa con Teheran

Il capo della diplomazia americana affronta i timori dei partner arabi su missili, Stretto di Hormuz e fondo di ricostruzione, mentre il negoziato con l’Iran entra nella fase tecnica.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio è atterrato ad Abu Dhabi martedì per una tournée che toccherà anche Kuwait e Bahrein, dove giovedì incontrerà i ministri del Consiglio di cooperazione del Golfo. La missione – la prima di un alto dirigente statunitense dopo la firma, il 14 giugno, di un memorandum d’intesa tra Washington e Teheran – ha un obiettivo dichiarato: ascoltare i timori di alleati che durante la guerra si sono sentiti esposti agli attacchi iraniani e ora guardano con scetticismo a un’intesa che non vincola i missili balistici, non smantella la rete dei proxy regionali e prefigura un fondo di ricostruzione da 300 miliardi di dollari.

Le monarchie del Golfo, che ospitano basi militari americane e hanno pagato un prezzo economico elevato per il conflitto, temono che l’accordo rafforzi Teheran. Secondo analisti e diplomatici della regione, l’assenza di qualsiasi limite al programma missilistico iraniano è la preoccupazione più immediata: tutti i Paesi del Golfo si trovano entro la gittata dei missili di Teheran e sono stati colpiti durante le ostilità. Il Bahrein, con una maggioranza sciita, teme che un Iran finanziariamente rinvigorito possa fomentare disordini interni; il Kuwait, privo di difese antimissile avanzate e interamente dipendente dallo Stretto di Hormuz per le esportazioni petrolifere, è considerato il più vulnerabile. Un funzionario emiratino ha dichiarato all’AFP che Abu Dhabi «non è a conoscenza di alcun fondo da 300 miliardi e non vi è in alcun modo coinvolta», mentre Riad ha fatto sapere di non avere dettagli sulla proposta.

Dal canto suo, Rubio ha precisato che il fondo di ricostruzione è «una questione per un futuro lontano» e che non chiederà contributi immediati. Ha insistito sul fatto che lo Stretto di Hormuz è un passaggio internazionale e che nessun Paese può imporre pedaggi, un messaggio rivolto tanto a Teheran quanto ai partner arabi. A Washington, l’amministrazione Trump resta compatta dietro l’intesa, nonostante le critiche di alcuni repubblicani al Congresso. Analisti vicini all’establishment della sicurezza nazionale suggeriscono che Rubio possa ricordare agli alleati la storia di politiche aggressive di Trump verso l’Iran e la disponibilità a riprendere i bombardamenti se il memorandum fallisse. La visita serve anche a dimostrare che gli Stati Uniti non intendono abbandonare l’architettura di sicurezza regionale, in un momento in cui diverse capitali del Golfo stanno diversificando i propri fornitori di difesa, cercando maggiore prevedibilità.

Da Teheran, il capo negoziatore Mohammad Bagher Qalibaf ha ribadito che la situazione nello Stretto «non tornerà quella prebellica» e che l’Iran avrà un ruolo primario nella gestione del passaggio, assieme all’Oman. L’Iran continua a escludere qualsiasi discussione sulle proprie capacità missilistiche e difensive, mentre ha accettato di riammettere gli ispettori dell’AIEA, un gesto che Washington interpreta come un segnale di disponibilità. Il nodo Hormuz è cruciale per l’Europa e per l’Italia: circa un quinto del petrolio mondiale transita da quel braccio di mare, e ogni restrizione o tassazione imposta da Teheran si tradurrebbe in un immediato shock sui prezzi dell’energia, con conseguenze dirette per le economie del Mediterraneo.

La tournée di Rubio si inserisce in un negoziato che entra ora in una fase tecnica, dopo il round inaugurale in Svizzera. Il memorandum concede sessanta giorni per raggiungere un accordo permanente, un orizzonte che prolunga l’incertezza per i Paesi del Golfo. Giovedì, al termine del tour, il segretario di Stato parteciperà alla riunione ministeriale del GCC in Bahrein: sarà quello il banco di prova per misurare se le rassicurazioni americane basteranno a ricucire la fiducia con alleati che, pur restando ancorati alla partnership strategica con Washington, stanno già esplorando nuovi equilibri.

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Stampa israelianaStampa del Golfo arabo
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AllarmeScetticismoUrgenza

Gli Stati Uniti stanno promuovendo un accordo che non impone limiti ai missili balistici iraniani e prevede un fondo di ricostruzione da 300 miliardi di dollari, premiando di fatto Teheran. Gli alleati del Golfo temono che ciò rafforzi l'Iran e sconvolga l'equilibrio di sicurezza regionale, rendendoli più vulnerabili.

Stampa del Golfo arabo
ScetticismoPragmatismoAllarme

Il tour di Rubio mira ad ascoltare le preoccupazioni del Golfo sulle ricadute economiche e di sicurezza di qualsiasi accordo con l'Iran. Gli Stati del Golfo, in particolare Kuwait ed Emirati, temono per le loro esportazioni di petrolio e per lo Stretto di Hormuz, e chiedono garanzie che i loro interessi non vengano sacrificati.

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