
Quando lo sforzo inganna il corpo: dai maratoneti al lavoro, la scienza riscrive i confini del rischio
Uno studio svedese su 873mila runner mostra che gli uomini vanno incontro al ‘muro’ con frequenza doppia, ma il fenomeno coinvolge alimentazione, stress e cuore.
Nell’ultima edizione della maratona di Berlino, l’analisi di 873mila partecipanti tra il 1999 e il 2025 ha svelato un divario netto: gli uomini subiscono il cosiddetto “muro” – un crollo del ritmo superiore al 20% nella seconda metà di gara – con una probabilità doppia rispetto alle donne. Nel tratto finale gli atleti maschi rallentano in media del 18%, contro il 13% delle colleghe. La ricerca, condotta da un team svedese e pubblicata su Nature, offre la prima fotografia quantitativa di un fenomeno finora affidato ai racconti dei podisti.
Secondo gli psicologi dello sport scandinavi, la spiegazione risiede in una miscela di biologia e comportamento: i maschi mostrano maggiore propensione al rischio e tendenza a sovrastimare le proprie capacità, mentre le donne sarebbero più caute e aderenti alla strategia di gara. L’eccesso di fiducia porterebbe a partenze troppo veloci, consumando precocemente le riserve di glicogeno. La stessa dinamica si osserva in altri ambiti, come la guida spericolata tra i giovani uomini, suggerendo un pattern radicato.
Ma lo sforzo intenso non nasconde solo insidie metaboliche. Dalla Russia i cardiologi sportivi mettono in guardia sui limiti dello screening pre-agonistico: l’elettrocardiogramma a riposo può non rilevare patologie latenti che talvolta portano all’arresto cardiaco improvviso anche in atleti allenati. Nel frattempo, uno studio brasiliano su oltre 112mila volontari, apparso sull’European Heart Journal, lega il consumo abituale di cibi ultra-processati – birra, bibite zuccherate, snack – tipico delle visioni di partite di calcio, a un aumento del 29% del rischio di ipertensione. Per la Società Brasiliana di Cardiologia non si tratta di rinunciare al piacere occasionale, ma di alternare con acqua e alimenti naturali per proteggere le arterie.
Dall’Africa subsahariana giunge un monito contro la cronicizzazione dello stress: il corpo non distingue tra la fuga da un pericolo e l’ansia per le bollette; entrambi attivano il medesimo sistema d’allarme, con conseguenze fisiche tangibili. In India, il dibattito sul bilanciamento vita-lavoro viene ribaltato: non sarebbe il lavoro a sottrarre tempo alla vita, ma la nostra incapacità di gestire priorità e competenze a generare disagio. Accettare lo sforzo come parte integrante dell’esistenza, coltivare gratitudine e apprendimento continuo sono proposte che superano facili polarizzazioni.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta predisponendo linee guida aggiornate su attività fisica e prevenzione cardiovascolare, attese entro fine anno. Nel frattempo, gli organizzatori di grandi eventi sportivi potrebbero integrare queste evidenze nei programmi di allenamento differenziati, mentre cresce la consapevolezza che la resilienza non si costruisce solo con muscoli e determinazione, ma anche con la conoscenza dei propri limiti.
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa africana subsahariana | 0.00 | neutral |
| Stampa latinoamericana | −0.30 | critical |
| Stampa russa e CSI | −0.30 | critical |
L'uomo, più propenso al rischio, paga lo scotto della sua impulsività nella maratona.
Si universalizza un tratto psicologico (la propensione al rischio maschile) come spiegazione di un fenomeno statistico, trasformando un dato osservativo in una caratteristica intrinseca.
Non si menziona che lo studio riguarda specificamente il maratona di Berlino e potrebbe non essere generalizzabile ad altre competizioni o culture podistiche.
Noi, vittime dello stress moderno, sopportiamo in silenzio un peso che il corpo non regge più.
Si costruisce una narrazione di vittima collettiva attraverso la contrapposizione tra l'apparenza di normalità ('sto bene') e la sofferenza reale, generando empatia.
Non si citano dati concreti né studi, ma si fa appello all'esperienza comune, tralasciando possibili soluzioni o differenze individuali.
Il tifoso, con il suo consumo sregolato di cibo spazzatura, si condanna da solo all'ipertensione.
Si moralizza il comportamento alimentare, collegandolo a un esito sanitario certo entro un contesto di intrattenimento, come se fosse una scelta consapevole e punibile.
Non si considerano fattori socioeconomici che limitano l'accesso a cibo sano, né si discute l'influenza della pubblicità.
Il corpo dell'atleta è una macchina fragile che può spezzarsi sotto il carico di una gara: bisogna fermarsi in tempo.
Si crea una gerarchia di rischi dove il pericolo più grave (arresto cardiaco) viene posto come esito probabile, usando un tono di urgenza per instillare cautela.
Non si menzionano i benefici documentati della corsa moderata, né le linee guida per prevenire rischi, focalizzandosi solo sul lato negativo.
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