
Petrolio oltre 80 dollari: la tregua Usa-Iran è finita, Ormuz di nuovo a rischio
La dichiarazione di Trump e i nuovi raid americani fanno esplodere i prezzi del greggio, trascinando al ribasso le Borse europee e riaccendendo i timori inflazionistici.
Il prezzo del petrolio ha superato brevemente gli 80 dollari al barile nella seduta di mercoledì, per poi chiudere a 78,02 dollari per il Brent (+5,2%) e a 73,52 dollari per il WTI (+4,4%), sui massimi da oltre due settimane. A innescare la fiammata è stata la dichiarazione del presidente americano Donald Trump, che a margine del vertice Nato ad Ankara ha definito «finito» l’accordo provvisorio di cessate il fuoco con l’Iran, seguito da nuovi attacchi statunitensi contro circa novanta obiettivi militari lungo la costa iraniana. Teheran ha risposto colpendo basi americane in Bahrein e Kuwait, mentre il Comando centrale Usa ha motivato l’operazione con la necessità di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz.
Lo Stretto, da cui prima del conflitto transitava un quinto delle forniture globali di petrolio e gas liquefatto, è tornato a essere l’epicentro della crisi. Dopo gli attacchi iraniani a tre navi mercantili – tra cui una metaniera qatariota – il livello di minaccia per la navigazione è stato portato a «grave» e, secondo analisti londinesi, il traffico di petroliere si è praticamente fermato. Il greggio Murban, punto di riferimento per le raffinerie asiatiche, è balzato del 6,67%, segnalando quanto il timore di interruzioni delle forniture dal Golfo Persico preoccupi in particolare i compratori dell’Asia orientale.
L’onda d’urto si è propagata sui mercati finanziari. Le Borse europee hanno chiuso in deciso calo: Milano ha ceduto l’1,22%, Francoforte il 2,23%, Parigi il 2,18% e Londra l’1,66%. A Wall Street il Dow Jones ha perso l’1,09%, mentre i rendimenti obbligazionari sono saliti ovunque: il decennale francese ha toccato il 3,92%, ai massimi dal 2009, e il Bund tedesco ha superato il 3%. Per l’Italia, già esposta al caro-energia, il rialzo del greggio rischia di tradursi in nuovi rincari alla pompa e in maggiori pressioni inflazionistiche, complicando il percorso di riduzione dei tassi atteso dalla Bce.
Nonostante la retorica bellicosa, Trump ha lasciato uno spiraglio diplomatico, affermando che i negoziatori americani potranno proseguire i colloqui. L’Iran, da parte sua, ha minacciato di chiudere lo Stretto in caso di nuovi attacchi, ma ha anche mostrato interesse a prolungare il dialogo. La data chiave, secondo gli analisti di Rystad Energy con sede a Oslo, è il 9 luglio, quando terminerà il periodo di lutto per la scomparsa della Guida suprema: sarà allora che si capirà se esiste ancora la volontà di una soluzione diplomatica. Nel frattempo, Washington ha revocato le autorizzazioni alla vendita di greggio iraniano concesse con l’intesa temporanea, e il mercato resta in attesa di segnali concreti su produzione e transiti, che potrebbero spingere i prezzi ancora più in alto.
| Stampa iraniana e affini | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
| Stampa del Golfo arabo | 0.00 | neutral |
L'Iran denuncia l'aggressione americana e sottolinea la violazione della tregua, attribuendo l'impennata del petrolio alle minacce di Washington.
Si costruisce una narrazione di vittima innocente, enfatizzando le dichiarazioni di Trump e le azioni militari USA, mentre si minimizza il ruolo iraniano negli attacchi alle navi.
Non menziona gli attacchi iraniani alle navi commerciali che hanno provocato la risposta USA, né le sanzioni reimposte.
L'Occidente mette in guardia contro l'instabilità globale e l'inflazione, sottolineando l'incertezza dei mercati e la fragilità della tregua.
Si adotta un tono di cronaca economica con enfasi sulle conseguenze sistemiche, presentando l'escalation come una minaccia per tutti i mercati.
Non approfondisce le motivazioni iraniane né le rivendicazioni di Teheran, concentrandosi esclusivamente sull'impatto economico.
I mercati del Golfo reagiscono con cautela all'escalation, monitorando i prezzi del petrolio e le rotte marittime, con priorità alla stabilità delle forniture.
Si privilegiano dati di mercato e analisi tecniche, evitando giudizi politici e mantenendo un focus sulle implicazioni pratiche per l'energia.
Non discute le responsabilità politiche della rottura della tregua, né le posizioni iraniane o americane, limitandosi agli effetti sui prezzi.
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