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venerdì 12 giugno 2026

Oro in rimbalzo ma resta in calo settimanale: tregua Iran-Usa e banche centrali dettano la volatilità

Il metallo prezioso interrompe una striscia di cinque sedute negative, ma le attese di rialzi dei tassi su entrambe le sponde dell’Atlantico continuano a frenare il recupero.

L’oro ha ritrovato slancio venerdì, con i futures con consegna ad agosto in rialzo di oltre il 3% a 4.238 dollari l’oncia, interrompendo la più lunga serie di perdite consecutive dalla fine di marzo. L’argento ha seguito la scia, balzando di quasi il 5% fino a sfiorare i 68 dollari. Eppure, su base settimanale, entrambi i metalli preziosi restano in territorio negativo: l’oro cede circa il 2,8%, segnando la seconda settimana consecutiva di flessione. Dietro questa dinamica contraddittoria si intrecciano le speranze di un allentamento delle tensioni geopolitiche e il peso persistente di una politica monetaria globale sempre più restrittiva.

Il rimbalzo di venerdì è stato alimentato dalle dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha evocato la possibilità di un accordo di pace con l’Iran già nel fine settimana, con la riapertura dello Stretto di Hormuz. Una tregua in Medio Oriente allenterebbe le pressioni sul mercato petrolifero, riducendo i timori inflazionistici e, di riflesso, la corsa ai beni rifugio. Il dollaro, che aveva guadagnato terreno per gran parte della settimana sulle attese di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve, ha così smorzato il proprio rally, offrendo un sostegno temporaneo alle quotazioni dei metalli preziosi.

La settimana, tuttavia, era stata dominata dalla svolta restrittiva della Banca centrale europea. Il primo rialzo dei tassi in tre anni deciso da Francoforte ha spinto l’euro sui massimi da una settimana nei confronti del biglietto verde, attestandosi attorno a 1,158 dollari, mentre la sterlina è rimasta poco mossa nonostante i dati deludenti sulla contrazione dell’economia britannica ad aprile. Sul fronte asiatico, lo yen ha continuato a scambiare vicino alla soglia psicologica di 160 per dollaro, un livello che secondo gli operatori di Tokyo potrebbe innescare un nuovo intervento delle autorità nipponiche. In questo quadro, il rafforzamento delle valute europee ha solo parzialmente compensato la pressione ribassista sull’oro, il cui prezzo in euro resta condizionato dal differenziale di politica monetaria tra le due sponde dell’Atlantico.

La vera bussola per il metallo giallo, osservano gli analisti del Vecchio Continente, rimane l’inflazione. Se l’indice dei prezzi al consumo dovesse accelerare ulteriormente nei prossimi mesi, il mercato sconterebbe rialzi dei tassi ancora più aggressivi, spingendo l’oro verso la soglia dei 4.000 dollari l’oncia. Al contrario, un raffreddamento delle pressioni inflazionistiche, favorito proprio da un allentamento delle tensioni geopolitiche e dal calo del petrolio, potrebbe offrire un sostegno più duraturo. Per gli investitori italiani, il quadro si complica: un euro più forte riduce il rendimento dell’oro in valuta domestica, mentre il costo del finanziamento del debito pubblico sale con i tassi BCE, rendendo il metallo prezioso un’assicurazione parziale ma non priva di costi-opportunità.

In prospettiva, la volatilità è destinata a persistere. I mercati restano in attesa di conferme sul fronte diplomatico iraniano e dei prossimi dati macroeconomici statunitensi. La tregua, se confermata, potrebbe regalare all’oro una pausa dal sell-off, ma difficilmente invertirà la tendenza di fondo finché le banche centrali manterranno un orientamento da falchi. La partita si gioca sul filo dell’inflazione: una variabile che, in un mondo ancora segnato da conflitti e strozzature logistiche, promette di non concedere tregua né ai policy maker né ai detentori di lingotti.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa del Golfo araboStampa latinoamericana
Stampa del Golfo arabo
PragmatismoDistacco

I prezzi dell'oro si sono stabilizzati venerdì, sostenuti dal calo del petrolio e dalle speranze di un accordo di pace tra Iran e Stati Uniti. Tuttavia, il metallo prezioso si avvia alla seconda perdita settimanale consecutiva, poiché i mercati prevedono ulteriori rialzi dei tassi da parte della BCE e della Fed. Anche il dollaro ha ritrovato equilibrio, mentre gli operatori valutano le prospettive di un cessate il fuoco in Medio Oriente.

Stampa latinoamericana/ Mercato
PragmatismoDistacco

I futures sull'oro hanno chiuso in forte rialzo venerdì, spinti dai segnali che un accordo tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra potrebbe essere vicino. Ciononostante, il metallo ha registrato un calo settimanale, poiché il mercato si è concentrato sulle prospettive dei tassi di interesse americani, che riducono l'attrattiva dell'oro, che non offre rendimenti.

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Oro in rimbalzo ma resta in calo settimanale: tregua Iran-Usa e banche centrali dettano la volatilità

Il metallo prezioso interrompe una striscia di cinque sedute negative, ma le attese di rialzi dei tassi su entrambe le sponde dell’Atlantico continuano a frenare il recupero.

L’oro ha ritrovato slancio venerdì, con i futures con consegna ad agosto in rialzo di oltre il 3% a 4.238 dollari l’oncia, interrompendo la più lunga serie di perdite consecutive dalla fine di marzo. L’argento ha seguito la scia, balzando di quasi il 5% fino a sfiorare i 68 dollari. Eppure, su base settimanale, entrambi i metalli preziosi restano in territorio negativo: l’oro cede circa il 2,8%, segnando la seconda settimana consecutiva di flessione. Dietro questa dinamica contraddittoria si intrecciano le speranze di un allentamento delle tensioni geopolitiche e il peso persistente di una politica monetaria globale sempre più restrittiva.

Il rimbalzo di venerdì è stato alimentato dalle dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha evocato la possibilità di un accordo di pace con l’Iran già nel fine settimana, con la riapertura dello Stretto di Hormuz. Una tregua in Medio Oriente allenterebbe le pressioni sul mercato petrolifero, riducendo i timori inflazionistici e, di riflesso, la corsa ai beni rifugio. Il dollaro, che aveva guadagnato terreno per gran parte della settimana sulle attese di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve, ha così smorzato il proprio rally, offrendo un sostegno temporaneo alle quotazioni dei metalli preziosi.

La settimana, tuttavia, era stata dominata dalla svolta restrittiva della Banca centrale europea. Il primo rialzo dei tassi in tre anni deciso da Francoforte ha spinto l’euro sui massimi da una settimana nei confronti del biglietto verde, attestandosi attorno a 1,158 dollari, mentre la sterlina è rimasta poco mossa nonostante i dati deludenti sulla contrazione dell’economia britannica ad aprile. Sul fronte asiatico, lo yen ha continuato a scambiare vicino alla soglia psicologica di 160 per dollaro, un livello che secondo gli operatori di Tokyo potrebbe innescare un nuovo intervento delle autorità nipponiche. In questo quadro, il rafforzamento delle valute europee ha solo parzialmente compensato la pressione ribassista sull’oro, il cui prezzo in euro resta condizionato dal differenziale di politica monetaria tra le due sponde dell’Atlantico.

La vera bussola per il metallo giallo, osservano gli analisti del Vecchio Continente, rimane l’inflazione. Se l’indice dei prezzi al consumo dovesse accelerare ulteriormente nei prossimi mesi, il mercato sconterebbe rialzi dei tassi ancora più aggressivi, spingendo l’oro verso la soglia dei 4.000 dollari l’oncia. Al contrario, un raffreddamento delle pressioni inflazionistiche, favorito proprio da un allentamento delle tensioni geopolitiche e dal calo del petrolio, potrebbe offrire un sostegno più duraturo. Per gli investitori italiani, il quadro si complica: un euro più forte riduce il rendimento dell’oro in valuta domestica, mentre il costo del finanziamento del debito pubblico sale con i tassi BCE, rendendo il metallo prezioso un’assicurazione parziale ma non priva di costi-opportunità.

In prospettiva, la volatilità è destinata a persistere. I mercati restano in attesa di conferme sul fronte diplomatico iraniano e dei prossimi dati macroeconomici statunitensi. La tregua, se confermata, potrebbe regalare all’oro una pausa dal sell-off, ma difficilmente invertirà la tendenza di fondo finché le banche centrali manterranno un orientamento da falchi. La partita si gioca sul filo dell’inflazione: una variabile che, in un mondo ancora segnato da conflitti e strozzature logistiche, promette di non concedere tregua né ai policy maker né ai detentori di lingotti.

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I prezzi dell'oro si sono stabilizzati venerdì, sostenuti dal calo del petrolio e dalle speranze di un accordo di pace tra Iran e Stati Uniti. Tuttavia, il metallo prezioso si avvia alla seconda perdita settimanale consecutiva, poiché i mercati prevedono ulteriori rialzi dei tassi da parte della BCE e della Fed. Anche il dollaro ha ritrovato equilibrio, mentre gli operatori valutano le prospettive di un cessate il fuoco in Medio Oriente.

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I futures sull'oro hanno chiuso in forte rialzo venerdì, spinti dai segnali che un accordo tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra potrebbe essere vicino. Ciononostante, il metallo ha registrato un calo settimanale, poiché il mercato si è concentrato sulle prospettive dei tassi di interesse americani, che riducono l'attrattiva dell'oro, che non offre rendimenti.

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