
L’addio a Ramiro Valdés, l’ultimo comandante della vecchia guardia cubana
Scompare a 94 anni il fondatore dei servizi di intelligence dell’Avana, celebrato dal regime ma indicato dagli oppositori come il volto più duro del castrismo.
La morte di Ramiro Valdés Menéndez, avvenuta domenica all’età di 94 anni, priva la rivoluzione cubana di uno dei suoi ultimi comandanti storici. Il presidente Miguel Díaz-Canel ne ha dato notizia sui social media paragonando il lutto a «quello per un padre» e ribadendo la «fedeltà assoluta» di Valdés ai fratelli Castro. Il governo non ha fornito dettagli sulle cause del decesso né sul calendario delle esequie, ma fonti ufficiali indicano che verrà sepolto a Santa Clara, città di cui era cittadino illustre. Valdés era tra i pochissimi sopravvissuti allo sbarco del Granma nel 1956 e all’assalto alla caserma Moncada del 1953, episodi fondativi della lotta contro Fulgencio Batista. Con lui restano in vita soltanto Raúl Castro, 95 anni, e il generale Guillermo García Frías, 98, a incarnare la cosiddetta «generazione storica».
Per l’Avana e per la narrativa ufficiale del Partito comunista cubano, Valdés rappresenta l’incarnazione della lealtà rivoluzionaria. Decorato con i titoli di «Eroe della Repubblica» e «Comandante della Rivoluzione», ha ricoperto per decenni incarichi chiave: ministro dell’Interno, vicepresidente, vice primo ministro con delega alla crisi energetica. L’ambasciata russa a Cuba lo ha definito «un instancabile combattente per l’indipendenza e la sovranità», sottolineando la continuità di un’alleanza che affonda le radici nella Guerra fredda. Anche Caracas – dove Valdés trascorse lunghi periodi a partire dal 2010 ufficialmente per consulenze nel settore elettrico – ha espresso cordoglio, sebbene analisti regionali interpretino quelle missioni come un trasferimento di know-how nell’intelligence e nel controllo sociale.
Ben diversa la lettura che dell’eredità di Valdés danno gli oppositori interni ed esterni. Organizzazioni per i diritti umani ed esuli cubani lo indicano come l’architetto del G2, il servizio di sicurezza dello Stato, e lo accusano di aver creato i campi di lavoro forzato, gli «actos de repudio» contro i dissidenti e un capillare sistema di sorveglianza di massa. Secondo fonti della diaspora, la sua gestione del ministero dell’Interno – tra il 1961 e il 1968 e di nuovo dal 1979 al 1985 – coincise con le fasi più dure della repressione del dissenso politico, garantendo la tenuta del partito unico. A livello internazionale, il suo allontanamento dal nucleo del potere dopo il 1986 e il successivo ritorno nel 2003, voluto da Raúl Castro, sono letti come il segno di una longevità politica costruita sulla capacità di consolidare i meccanismi di sicurezza più che sul carisma.
La scomparsa di Valdés giunge in un momento di estrema fragilità per Cuba, alle prese con la crisi economica più grave da almeno tre decenni: penuria di alimenti, medicinali e carburante, blackout ricorrenti e un crescente malcontento sociale. Non è un caso che l’ultimo incarico da lui ricoperto fosse proprio la supervisione del settore energetico, in cui appariva in uniforme accanto a Díaz-Canel per esortare i cubani a ridurre i consumi. Per gli analisti di Bruxelles, la sua morte, pur non avendo effetti immediati sugli equilibri di potere – già stabilmente in mano alla generazione successiva – chiude simbolicamente l’epoca dei fondatori e riapre il dibattito sull’eredità della rivoluzione in un’isola in cerca di un modello di sviluppo sostenibile. Al momento il governo non ha annunciato cerimonie pubbliche, ma fonti locali prevedono funerali di Stato nei prossimi giorni. Nessuna reazione ufficiale è ancora giunta da Washington, dove la politica verso Cuba resta un terreno di confronto tra chi invoca un ulteriore inasprimento delle sanzioni e chi spinge per un’apertura condizionata al rispetto dei diritti umani.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa cinese presenta Valdés come un eroe venerato della Rivoluzione cubana, uno degli ultimi comandanti sopravvissuti che salparono sul Granma e rimasero fedeli ai Castro, celebrato dal presidente come una figura paterna.
La stampa dell’Europa continentale descrive Valdés come un comandante storico ma soprattutto come uno dei grandi repressori della rivoluzione cubana, evidenziando il suo ruolo nella sicurezza di Stato e il lungo declino del regime castrista.
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