
La precaria tregua libanese tra le rivendicazioni israeliane e la reazione di Hezbollah
Nonostante l'accordo quadro mediato da Washington e Teheran, Israele mantiene le truppe nel Libano meridionale e il partito di Dio minaccia di contrastare ogni violazione, mentre la diplomazia arranca tra raid e vittime.
A dispetto dell'intesa siglata tra Iran e Stati Uniti per porre fine alle ostilità, le posizioni sul terreno restano inconciliabili. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che le forze di difesa resteranno in una «zona di sicurezza» nel Libano meridionale «per tutto il tempo necessario» a proteggere i residenti del nord di Israele. Da Beirut, il segretario generale di Hezbollah Naim Qassem ha replicato che «nessuna zona di sicurezza sotto occupazione sarà tollerata» e che il movimento resisterà a «qualsiasi violazione», avvertendo che i soldati israeliani non avranno «alcun luogo sicuro». Parallelamente, il ministro della Difesa Yisrael Katz ha precisato che i reparti dell'Idf godono di «piena libertà d'azione» e non si ritireranno dai capisaldi occupati lungo una fascia di circa dieci chilometri oltreconfine, definita unilateralmente da Israele per prevenire lanci di razzi contro la Galilea.
Secondo l'ottica israeliana, l'operazione – culminata con l'eliminazione della guida suprema iraniana e con attacchi mirati alle infrastrutture del partito di Dio – ha inferto un colpo decisivo alla capacità militare di Hezbollah e creato le condizioni per un accordo di pace duraturo. Netanyahu ha evocato un rapporto di cinque terroristi uccisi per ogni civile, descrivendolo come prova di un conflitto circoscritto alla milizia e non al Libano. Tuttavia, fonti sanitarie libanesi aggiornano a oltre quattromila il numero dei morti e a più di dodicimila i feriti dall'inizio dell'escalation, mentre il governo di Beirut lamenta la distruzione di quartieri residenziali e la morte di minori, denunciando una sproporzione che mina la sovranità nazionale.
Dalla prospettiva di Hezbollah e di Teheran, la permanenza israeliana configura un'aggressione che giustifica il proseguimento della «resistenza». Qassem ha sottolineato che il memorandum d'intesa, firmato con gli Stati Uniti, vincola entrambe le parti a un cessate il fuoco complessivo e non concede a Israele alcuna prerogativa di occupazione. Fonti vicine al movimento sciita fanno appello al sostegno dell'esercito regolare libanese per presidiare i confini, mentre il deputato Hassan Fadlallah ha respinto ogni ipotesi di disarmo unilaterale, ritenuto funzionale a indebolire il paese. Da Washington, il presidente Donald Trump ha invocato un «cessate il fuoco totale su tutti i fronti», un auspicio che tuttavia, stando a osservatori europei, si scontra con la difficile verifica sul campo e con la mancata definizione di meccanismi di controllo condivisi.
Il dossier resta incardinato sui colloqui in corso in Svizzera e sulla volontà iraniana di subordinare l'avanzamento dei negoziati sulla tregua regionale alla fine delle operazioni israeliane in Libano. Bruxelles e alcune capitali europee seguono con crescente preoccupazione il rischio di un nuovo stallo, che potrebbe riaccendere gli scontri e riverberarsi sugli equilibri energetici del Mediterraneo orientale, con ripercussioni per l'Italia legate alla stabilità dell'area e ai flussi migratori. L'esercito libanese, intanto, invita la popolazione a rimandare il rientro nei villaggi di frontiera, dove sono ancora in corso le operazioni di bonifica dagli ordigni inesplosi. La prossima verifica politica è attesa nei prossimi giorni, quando Israele dovrebbe porre fine alle restrizioni alle attività civili nel nord del paese, un segnale che potrebbe preludere a una fase di distensione o, al contrario, rivelarsi effimero.
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La stampa iraniana riporta la dichiarazione di Netanyahu con scetticismo, inquadrandola come un'infondata pretesa. Sottolinea il rifiuto di Hezbollah di qualsiasi presenza israeliana e descrive Israele come aggressore. La narrazione enfatizza l'avvertimento dell'Iran sulle armi nucleari e la necessità di resistere all'occupazione.
I media israeliani evidenziano la minaccia di Hezbollah di creare 'nessuna zona sicura' per i soldati dell'IDF, ritraendo il gruppo come un pericoloso aggressore. La richiesta di ritiro immediato è presentata come un ultimatum irragionevole. La copertura sottolinea la necessità per Israele di mantenere il controllo di sicurezza nel sud del Libano per proteggere i residenti del nord.
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