
Clive Davis, l’uomo dall’orecchio d’oro che ha scolpito la colonna sonora di tre generazioni
Da Janis Joplin a Whitney Houston, l’ex avvocato di Brooklyn ha scoperto e rilanciato alcune delle voci più iconiche del Novecento, lasciando un’impronta che la famiglia e gli artisti salutano come indelebile.
Nel giugno del 1967, un avvocato di Harvard appena nominato presidente della Columbia Records varcò i cancelli del Monterey International Pop Festival senza sapere che quella notte gli avrebbe cambiato la vita. Clive Davis, cresciuto a Brooklyn tra lutti familiari e borse di studio, non era un uomo di musica: era un giurista prestato a un’industria che ancora resisteva al rock. Quando Janis Joplin salì sul palco con i Big Brother and the Holding Company, Davis sentì – come avrebbe raccontato decenni dopo – «la spina dorsale formicolare, le braccia vibrare». La firmò quella sera stessa. Fu il primo di una serie di sì che, nell’arco di sessant’anni, avrebbero ridefinito il suono del pop, del rock e dell’R&B su scala globale.
Quella scintilla trasformò un dirigente in un cercatore di talenti capace di attraversare generi e generazioni. Alla Columbia, Davis portò Bruce Springsteen – cui chiese due brani radiofonici e ottenne in cambio “Blinded by the Light” e “Spirit in the Night” –, Billy Joel, Aerosmith, Santana e i Pink Floyd. Allontanato nel 1973 con accuse di irregolarità contabili che negò sempre, fondò Arista Records e nel 1983 incontrò in un club di New York una diciannovenne di nome Whitney Houston. La guidò per quasi trent’anni, imponendo contro il parere dei produttori l’intro a cappella di “I Will Always Love You”, destinata a diventare uno dei singoli più venduti di sempre. Con J Records, lanciata nel 2000, avrebbe poi accompagnato Alicia Keys e Kelly Clarkson, mentre riportava in vetta Aretha Franklin, Carlos Santana con “Supernatural” e Rod Stewart con il Great American Songbook. Cinque Grammy, l’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame e, fino all’ultimo giorno a 94 anni, la carica di chief creative officer di Sony Music Entertainment.
L’industria lo chiamava «l’uomo dall’orecchio d’oro», ma la sua influenza andava oltre la capacità di fiutare una hit. Davis aveva intuito che il pubblico cercava non solo canzoni, ma una colonna sonora emotiva. Il suo gala pre-Grammy, nato nel 1976, divenne il crocevia annuale di star, politici e tycoon: Barack Obama, in un videomessaggio all’edizione del 2026, disse che «il talento di Clive è sempre stato vedere e sentire ciò che gli altri non colgono». La sua autobiografia del 2013, “The Soundtrack of My Life”, rivelò anche la bisessualità vissuta dopo due matrimoni, aggiungendo una dimensione privata a una figura pubblica che aveva fatto della resilienza un metodo: sopravvisse al licenziamento, a un’incriminazione per evasione fiscale poi in parte caduta, e alla tragedia di Houston, morta nel 2012 poche ore prima del suo party.
La notizia della scomparsa, il 22 giugno nell’appartamento di Manhattan dove si stava riprendendo da un’infezione respiratoria, ha scatenato un’ondata di omaggi che racconta la geografia affettiva del suo lavoro. Springsteen ha scritto che Davis «trattò un ragazzo qualunque di 22 anni con lo stesso rispetto e la stessa gentilezza che mi riservò dopo tutto il successo». Patti Smith lo ha ringraziato per «mezzo secolo di amore e sostegno», Barry Manilow per un rapporto durato cinquant’anni e vissuto «come una famiglia». Dal Grammy Museum di Los Angeles, il presidente Michael Sticka ha osservato che «un percorso come il suo non sarà replicabile», in un’epoca in cui gli artisti emergono sui social media prima ancora di incontrare un discografico.
Nelle ore successive alla morte, la famiglia ha diffuso una dichiarazione che condensa il paradosso di una vita pubblica smisurata e di un affetto domestico gelosamente custodito: «Per il mondo, nostro padre era la leggenda iconica che ha plasmato la colonna sonora di innumerevoli esistenze. Per noi, Clive era Papà e Nonno, la presenza stabile al centro delle nostre vite». È forse questa l’immagine più duratura: non il tycoon in smoking al tavolo dei potenti, ma l’uomo che, fino a poche settimane prima, a un summit sugli investimenti musicali, raccontava aneddoti esilaranti intervistato da suo figlio, lasciando intravedere sotto l’eloquio da gentleman europeo l’accento di Brooklyn di chi si era fatto strada da solo.
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L'industria musicale piange un gigante che ha plasmato il suono popolare per oltre cinquant'anni. Clive Davis, il dirigente dall'orecchio d'oro, è morto a 94 anni dopo un breve ricovero. La sua eredità di artefice di carriere da Whitney Houston a Bruce Springsteen è celebrata come un'impronta culturale duratura.
Il dirigente musicale Clive Davis è morto a 94 anni, secondo quanto riportato. Era stato ricoverato per problemi respiratori. La breve nota ricorda il suo periodo alla Columbia Records e la sua apertura a diversi generi.
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