
Washington ospita il quinto round Libano-Israele, mentre l’intesa USA-Iran ridisegna gli equilibri
Beirut esige un calendario per il ritiro israeliano e tenta di riaffermare la propria sovranità, mentre Hezbollah punta su Teheran e la tregua resta fragile.
La quinta sessione di negoziati diretti tra Libano e Israele ha preso avvio il 23 giugno a Washington, presso la sede del Dipartimento di Stato, con una formula che combina tavoli militari e politici. L’iniziativa, mediata dagli Stati Uniti, giunge a pochi giorni dall’entrata in vigore del memorandum d’intesa firmato il 18 giugno da Washington e Teheran, un accordo che ha temporaneamente attenuato le ostilità sul terreno ma ha anche modificato gli equilibri negoziali, inserendo il dossier libanese in una cornice più ampia di distensione tra le due capitali.
Secondo fonti del Dipartimento di Stato americano, l’obiettivo condiviso è «porre fine per sempre al ciclo di violenza» e consentire a Israele e Libano di negoziare come Stati sovrani per raggiungere un accordo complessivo di pace e sicurezza. Le autorità libanesi, tuttavia, si presentano al tavolo con una richiesta precisa: un calendario «ragionevole» per il ritiro delle forze israeliane dal sud del Paese. Il presidente Joseph Aoun ha ribadito che Beirut non accetterà nulla di meno della fine completa dell’occupazione e del simultaneo crollo di ogni tutela straniera, un riferimento neppure troppo velato all’influenza iraniana. Sul versante israeliano, il portavoce governativo David Mencer ha indicato come scopo dei colloqui il disarmo e lo smantellamento di Hezbollah, descritto come l’unico ostacolo a una pace autentica.
L’intesa USA-Iran, che include clausole vincolanti sul rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale libanese, ha prodotto un meccanismo di de-escalation e la pausa più lunga nei combattimenti dall’inizio della guerra il 2 marzo 2026, un conflitto che secondo i dati ufficiali libanesi ha già causato oltre 4.100 morti. Tuttavia, secondo fonti libanesi e diplomatiche occidentali, l’accordo ha rafforzato la posizione di Hezbollah, che rifiuta i negoziati diretti e scommette sulla protezione iraniana, indebolendo al contempo lo Stato libanese, già impegnato in un delicato tentativo di disarmare il gruppo senza uno scontro frontale. I quattro round precedenti, avviati ad aprile, non erano riusciti a produrre un cessate il fuoco duraturo, e la tregua attuale resta esposta a violazioni reciproche.
Per l’Europa e l’Italia, l’esito del negoziato ha riflessi immediati: secondo fonti diplomatiche europee, la stabilità del Libano meridionale condiziona direttamente la missione UNIFIL, cui Roma contribuisce con un contingente significativo, e la sicurezza del Mediterraneo orientale, già segnato da crisi migratorie e competizione energetica. I colloqui di Washington proseguiranno nei prossimi giorni, con l’amministrazione Trump che, per bocca del vicepresidente J.D. Vance e dello stesso presidente, ha promesso un impegno diretto per «risolvere il problema». Resta tuttavia uno scetticismo di fondo, alimentato dalla distanza tra le richieste libanesi di un ritiro israeliano e la posizione di Israele, che considera indefinita la permanenza delle proprie truppe nel sud.
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Il quinto round di negoziati è messo a rischio da una nuova intesa USA-Iran che ha alterato gli equilibri regionali, rafforzando Hezbollah e indebolendo la leva di Beirut. Funzionari israeliani avvertono che i colloqui rischiano di deragliare, perché l'accordo incoraggia la milizia e mina la posizione del governo libanese.
I nuovi negoziati tra Libano e Israele iniziano sotto l'ombra dell'intesa USA-Iran. Beirut esige un calendario per il ritiro israeliano, mentre Hezbollah respinge i colloqui e punta sull'Iran. L'accordo ridisegna gli equilibri, complicando il percorso verso un confine stabile.
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