
Nuovi raid Usa sull’Iran, Teheran colpisce basi alleate nel Golfo: tregua infranta
Dopo la rottura del cessate il fuoco, gli Stati Uniti bombardano obiettivi militari iraniani e la Guardia rivoluzionaria risponde con missili e droni contro Kuwait, Bahrein e Giordania, mentre cresce l’allarme per il traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz.
Gli Stati Uniti hanno condotto una nuova ondata di attacchi aerei contro l’Iran nelle prime ore di giovedì, colpendo circa novanta obiettivi militari distribuiti sul territorio, tra cui postazioni missilistiche e infrastrutture aeroportuali. Secondo il ministero della Salute iraniano, i bombardamenti delle ultime quarantotto ore hanno provocato almeno quattordici morti e settantotto feriti, in maggioranza appartenenti alle forze armate. In risposta, la Guardia rivoluzionaria ha lanciato missili balistici, missili da crociera e droni contro installazioni militari statunitensi in Kuwait, Bahrein, Giordania e Qatar, tutti Paesi che ospitano personale o infrastrutture del Pentagono. Le difese aeree kuwaitiane hanno intercettato tre missili balistici, un missile da crociera e dieci droni, mentre un ferito e danni materiali sono stati segnalati a causa della caduta di detriti; Bahrein e Giordania hanno dichiarato di aver neutralizzato tutti i vettori in arrivo, e il Qatar ha diramato un’allerta di sicurezza poi rientrata.
La Casa Bianca, attraverso il Comando centrale, ha motivato l’operazione con la necessità di degradare la capacità iraniana di minacciare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, via d’acqua da cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale commercializzati a livello globale. Il presidente Donald Trump ha dichiarato concluso il cessate il fuoco provvisorio in vigore da giugno, accusando Teheran di aver attaccato tre navi mercantili nello stretto, e ha avvertito che ulteriori azioni ostili innescheranno una risposta ancora più dura. Da parte iraniana, il portavoce degli Esteri ha condannato «ripetuti atti di aggressione» e violazioni della Carta delle Nazioni Unite, mentre il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Qalibaf, ha ribadito che lo Stretto di Hormuz «sarà riaperto solo con accordi iraniani» e che nuovi attacchi americani riceveranno una risposta speculare.
I sei membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo – Arabia Saudita, Oman, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Qatar – hanno chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una condanna ferma degli attacchi iraniani e l’adozione di misure per garantire la sicurezza della navigazione nello stretto. Secondo analisti europei, l’escalation riaccende i timori per la stabilità degli approvvigionamenti energetici del Vecchio Continente: l’Italia, che importa una quota rilevante di greggio e gas naturale liquefatto proprio attraverso la rotta del Golfo, vedrebbe un immediato impatto sui prezzi di carburanti e materie prime in caso di interruzione prolungata dei transiti. I dati preliminari di Lloyd’s List Intelligence indicano che a giugno il traffico attraverso Hormuz era risalito a circa 576 passaggi, contro i 233 di maggio, ma resta lontano dai oltre 3.100 del giugno 2024, segno di una normalizzazione ancora fragile.
La rottura della tregua arriva mentre l’Iran concludeva i funerali di Stato della Guida suprema Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio nella fase iniziale del conflitto, con imponenti cortei a Mashhad scanditi da slogan anti-americani. Nonostante la retorica bellicosa, i canali diplomatici non sono del tutto interrotti: il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto colloqui telefonici con gli omologhi di Arabia Saudita, Turchia e Oman, e con il capo di stato maggiore pakistano, nel tentativo di contenere l’espansione regionale delle ostilità. Trump ha dichiarato che i negoziati potranno proseguire, pur esprimendo scetticismo sulla loro credibilità. Al momento, non è stata convocata una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza, ma la pressione dei Paesi del Golfo e il rischio di un coinvolgimento diretto di basi Nato in Turchia e nel Mediterraneo orientale potrebbero accelerare un’iniziativa diplomatica nelle prossime ore.
| Stampa latinoamericana | −0.50 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | 0.00 | neutral |
| Stampa sud-est asiatica | −0.20 | neutral |
L'America Latina denuncia l'escalation e chiede la cessazione delle ostilità, concentrandosi sulle vittime civili.
Enfatizzando il numero di vittime e le condanne iraniane, si crea un'urgenza morale che fa pressione sulla comunità internazionale.
L'Europa osserva con distacco, limitandosi a registrare l'escalation senza prendere posizione.
Riducendo il conflitto a un semplice fatto di cronaca, si evita qualsiasi giudizio morale o politico.
Omette le vittime e le reazioni iraniane, che renderebbero il conflitto più umano e polarizzato.
Il Sud-est asiatico mette in guardia sulla fragilità della tregua e sulla crisi imminente, senza schierarsi apertamente.
Enfatizzando il crollo della tregua e l'aggravarsi della crisi, si crea un senso di urgenza che giustifica l'attenzione internazionale.
Omette i dettagli delle vittime e le dichiarazioni ufficiali iraniane, che darebbero più peso alla parte iraniana.
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