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Media e Intrattenimentosabato 4 luglio 2026

Nel nulla da cui nasce tutto: storie di fragilità, fumo e resistenza

Dal documentario sulla genesi di Shoah alla cucina maniacale di The Bear, passando per la letteratura bengalese e il barbecue texano, un viaggio nelle opere che trasformano il vuoto in forma.

«Volevo filmare, ma avevo soltanto il nulla. Il soggetto di Shoah è la morte stessa». La voce di Claude Lanzmann, riemersa dai diari e dalle registrazioni che Guillaume Ribot ha raccolto nel documentario All I Had Was Nothingness, restituisce la materia prima di un’impresa durata dodici anni. Nessun finanziamento americano, nessuna storia di giusti o di salvezze miracolose: solo lo sguardo fisso su quel «sole nero» che il regista francese si impose di non abbandonare mai. È un’immagine che rovescia il mito romantico della creazione: non l’ispirazione che scende, ma una lotta corpo a corpo con l’assenza, un’ostinazione che trasforma il silenzio in testimonianza.

Quella stessa ostinazione abita le cucine di The Bear, la serie che Christopher Storer ha immaginato come una sala d’emergenza dove il talento convive con la devastazione. Carmy Berzatto, chef ritirato e segnato dal suicidio del fratello, trasforma una squallida paninoteca di Chicago in un ristorante d’élite mentre la macchina da presa lo tallona senza respiro, tra vapori, insulti e un «Sì, chef!» che è insieme disciplina e disperazione. Secondo gli chef latinoamericani, l’impatto è stato tellurico: Dante Liporace, a Buenos Aires, racconta di clienti che oggi si siedono al bancone non per parlare tra loro ma per guardarlo cucinare, come se la cucina fosse diventata «una serie dal vivo». Per René Redzepi, il fondatore del Noma, The Bear è «The Wire del nostro tempo»: non un semplice racconto, ma un’anatomia del lavoro che ridefinisce l’estetica di un intero settore.

Lontano dai fornelli, la letteratura bengalese contemporanea esplora una tensione analoga tra trauma e rinascita. Nel romanzo breve Ishwarkol di Sadia Sultana, la protagonista Deepa porta su di sé il peso di un abuso subito nell’infanzia da un familiare, un’ombra che le impedisce persino di desiderare la maternità. Solo dopo la morte del padre, simbolo di quella violenza, la sua voce può finalmente dire: «Voglio un bambino tra le braccia». Non è un lieto fine consolatorio, ma la riconquista di una fiducia nel vivere che la narrativa sudasiatica degli ultimi anni sta imparando a raccontare senza sconti. Nello stesso orizzonte si muovono i racconti ritrovati di Zahir Rayhan, scrittore e regista bengalese scomparso nel 1972, le cui storie – raccolte ora in Koyekti Nodi O Ekti Somudro – mettono a nudo le crepe della società: lo sfruttamento dei contadini, la solitudine delle donne, il mistero di un suicidio che la polizia non sa decifrare. Rayhan, che partecipò in prima persona alle lotte per l’indipendenza del suo paese, consegna a ogni pagina la stessa convinzione di Lanzmann: la forma nasce solo da uno sguardo che non si ritrae.

C’è poi una fragilità che non chiede riscatto ma contemplazione. Il giapponese Yasunari Kawabata, premio Nobel nel 1968, l’aveva condensata in una frase che è quasi un haiku: «La vita umana è fragile come la rugiada del mattino». Orfano prima dei dieci anni, Kawabata fece della precarietà non un lamento ma la condizione stessa della bellezza, un’eco della filosofia buddista dell’impermanenza che percorre romanzi come Il paese delle nevi. La sua scomparsa, nel 1972, avvolta nel mistero di un probabile suicidio, sembra l’ultimo gesto di una poetica che non separava mai la parola dalla carne. In Argentina, il film Un buda (2005) di Diego Rafecas rilegge quella stessa ricerca spirituale attraverso la storia di due fratelli segnati dalla scomparsa dei genitori durante la dittatura: il più giovane, perso dopo la morte della nonna e un tradimento amoroso, trova in un tempio buddista non una fuga ma un apprendistato al dolore. «A volte i buoni insegnamenti all’inizio sono amari», disse il regista.

In un angolo solo apparentemente distante, il texano Evan LeRoy ha costruito la sua stella Michelin partendo dalla nostalgia. Lontano da Austin per studiare letteratura inglese, sognava il giornalismo gastronomico, ma fu il rimpianto per il barbecue della domenica – «la nostra versione delle tapas», spiega – a riportarlo a casa. Oggi nel suo ristorante Leroy and Lewis BBQ non si limita a replicare la tradizione tedesca e ceca dei primi immigrati: scompone animali interi, trasforma le guance di manzo in un piatto simbolo, serve una coliflor intera affumicata come fosse un brisket. Il fumo che sale dai suoi offset pits non è solo tecnica, ma il segno di un’appartenenza che, per diventare arte, ha avuto bisogno di uno sguardo lontano. Forse è questa la lezione che unisce storie così diverse: il nulla – quello di Lanzmann, il lutto di Carmy, il trauma di Deepa, la rugiada di Kawabata – non è mai vuoto, ma la superficie su cui la forma, prima o poi, si deposita.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 3 lingue

30%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa latinoamericanaStampa europea continentale
Stampa latinoamericana/ Mercato
DistaccoPragmatismo

Il terremoto in Venezuela viene riportato come una statistica tra le altre notizie quotidiane. L'attenzione è sul bilancio delle vittime di 2.595 e sul decreto del governo argentino che elimina un ministero. Non viene offerta alcuna analisi geopolitica o critica; l'evento è presentato come un dato di fatto.

Stampa europea continentale/ Mediterranea
AllarmeIndignazioneScetticismo

Gli Stati Uniti sono accusati di aver fatto naufragare il viaggio di María Corina a Caracas per impedirle di interferire nel controllo statunitense sul Venezuela. L'articolo suggerisce che le truppe USA sono arrivate per restare, usando il terremoto come copertura per un'occupazione a lungo termine. Il tono è critico verso l'imperialismo americano e solidale con la sovranità venezuelana.

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sabato 4 luglio 2026

Nel nulla da cui nasce tutto: storie di fragilità, fumo e resistenza

Dal documentario sulla genesi di Shoah alla cucina maniacale di The Bear, passando per la letteratura bengalese e il barbecue texano, un viaggio nelle opere che trasformano il vuoto in forma.

«Volevo filmare, ma avevo soltanto il nulla. Il soggetto di Shoah è la morte stessa». La voce di Claude Lanzmann, riemersa dai diari e dalle registrazioni che Guillaume Ribot ha raccolto nel documentario All I Had Was Nothingness, restituisce la materia prima di un’impresa durata dodici anni. Nessun finanziamento americano, nessuna storia di giusti o di salvezze miracolose: solo lo sguardo fisso su quel «sole nero» che il regista francese si impose di non abbandonare mai. È un’immagine che rovescia il mito romantico della creazione: non l’ispirazione che scende, ma una lotta corpo a corpo con l’assenza, un’ostinazione che trasforma il silenzio in testimonianza.

Quella stessa ostinazione abita le cucine di The Bear, la serie che Christopher Storer ha immaginato come una sala d’emergenza dove il talento convive con la devastazione. Carmy Berzatto, chef ritirato e segnato dal suicidio del fratello, trasforma una squallida paninoteca di Chicago in un ristorante d’élite mentre la macchina da presa lo tallona senza respiro, tra vapori, insulti e un «Sì, chef!» che è insieme disciplina e disperazione. Secondo gli chef latinoamericani, l’impatto è stato tellurico: Dante Liporace, a Buenos Aires, racconta di clienti che oggi si siedono al bancone non per parlare tra loro ma per guardarlo cucinare, come se la cucina fosse diventata «una serie dal vivo». Per René Redzepi, il fondatore del Noma, The Bear è «The Wire del nostro tempo»: non un semplice racconto, ma un’anatomia del lavoro che ridefinisce l’estetica di un intero settore.

Lontano dai fornelli, la letteratura bengalese contemporanea esplora una tensione analoga tra trauma e rinascita. Nel romanzo breve Ishwarkol di Sadia Sultana, la protagonista Deepa porta su di sé il peso di un abuso subito nell’infanzia da un familiare, un’ombra che le impedisce persino di desiderare la maternità. Solo dopo la morte del padre, simbolo di quella violenza, la sua voce può finalmente dire: «Voglio un bambino tra le braccia». Non è un lieto fine consolatorio, ma la riconquista di una fiducia nel vivere che la narrativa sudasiatica degli ultimi anni sta imparando a raccontare senza sconti. Nello stesso orizzonte si muovono i racconti ritrovati di Zahir Rayhan, scrittore e regista bengalese scomparso nel 1972, le cui storie – raccolte ora in Koyekti Nodi O Ekti Somudro – mettono a nudo le crepe della società: lo sfruttamento dei contadini, la solitudine delle donne, il mistero di un suicidio che la polizia non sa decifrare. Rayhan, che partecipò in prima persona alle lotte per l’indipendenza del suo paese, consegna a ogni pagina la stessa convinzione di Lanzmann: la forma nasce solo da uno sguardo che non si ritrae.

C’è poi una fragilità che non chiede riscatto ma contemplazione. Il giapponese Yasunari Kawabata, premio Nobel nel 1968, l’aveva condensata in una frase che è quasi un haiku: «La vita umana è fragile come la rugiada del mattino». Orfano prima dei dieci anni, Kawabata fece della precarietà non un lamento ma la condizione stessa della bellezza, un’eco della filosofia buddista dell’impermanenza che percorre romanzi come Il paese delle nevi. La sua scomparsa, nel 1972, avvolta nel mistero di un probabile suicidio, sembra l’ultimo gesto di una poetica che non separava mai la parola dalla carne. In Argentina, il film Un buda (2005) di Diego Rafecas rilegge quella stessa ricerca spirituale attraverso la storia di due fratelli segnati dalla scomparsa dei genitori durante la dittatura: il più giovane, perso dopo la morte della nonna e un tradimento amoroso, trova in un tempio buddista non una fuga ma un apprendistato al dolore. «A volte i buoni insegnamenti all’inizio sono amari», disse il regista.

In un angolo solo apparentemente distante, il texano Evan LeRoy ha costruito la sua stella Michelin partendo dalla nostalgia. Lontano da Austin per studiare letteratura inglese, sognava il giornalismo gastronomico, ma fu il rimpianto per il barbecue della domenica – «la nostra versione delle tapas», spiega – a riportarlo a casa. Oggi nel suo ristorante Leroy and Lewis BBQ non si limita a replicare la tradizione tedesca e ceca dei primi immigrati: scompone animali interi, trasforma le guance di manzo in un piatto simbolo, serve una coliflor intera affumicata come fosse un brisket. Il fumo che sale dai suoi offset pits non è solo tecnica, ma il segno di un’appartenenza che, per diventare arte, ha avuto bisogno di uno sguardo lontano. Forse è questa la lezione che unisce storie così diverse: il nulla – quello di Lanzmann, il lutto di Carmy, il trauma di Deepa, la rugiada di Kawabata – non è mai vuoto, ma la superficie su cui la forma, prima o poi, si deposita.

Divergenza delle fonti

Media e Intrattenimento · 4 testate · 3 lingue

30%Media

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Neutrale67%
Critico33%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 3 lingue

TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa latinoamericanaStampa europea continentale
Stampa latinoamericana/ Mercato
DistaccoPragmatismo

Il terremoto in Venezuela viene riportato come una statistica tra le altre notizie quotidiane. L'attenzione è sul bilancio delle vittime di 2.595 e sul decreto del governo argentino che elimina un ministero. Non viene offerta alcuna analisi geopolitica o critica; l'evento è presentato come un dato di fatto.

Stampa europea continentale/ Mediterranea
AllarmeIndignazioneScetticismo

Gli Stati Uniti sono accusati di aver fatto naufragare il viaggio di María Corina a Caracas per impedirle di interferire nel controllo statunitense sul Venezuela. L'articolo suggerisce che le truppe USA sono arrivate per restare, usando il terremoto come copertura per un'occupazione a lungo termine. Il tono è critico verso l'imperialismo americano e solidale con la sovranità venezuelana.

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