
Proteggere i minori online: la sfida globale tra frodi anagrafiche e norme aggirate
Da Giacarta a Londra, le nuove regole si scontrano con l’elusione dei limiti d’età, la pressione del settore del gioco d’azzardo e le falle nelle piattaforme.
Tre bambini su cinque mentono sulla propria età per accedere ai social network: è il dato emerso da un’indagine citata dal vice ministro indonesiano per la Comunicazione e il Digitale, Nezar Patria, che illustra la distanza tra i nuovi strumenti normativi e la loro attuazione. In Indonesia, dove il regolamento PP TUNAS – primo nel Sud-est asiatico – impone alle piattaforme la verifica dell’età, il governo riconosce che i sistemi automatizzati restano largamente eludibili e invita le aziende a rafforzare i controlli senza violare la privacy. Secondo fonti di Giacarta, alcune piattaforme hanno iniziato a usare algoritmi per individuare account di presunti minorenni e bloccarne l’accesso, ma la strada è ancora in salita.
La tensione tra intenzioni legislative e realtà tecnica attraversa anche altri continenti. In Australia, la scelta del governo laburista di esentare lo streaming sportivo dal divieto di pubblicità del gioco d’azzardo in fascia protetta ha suscitato forti critiche: l’Alleanza per la riforma del gioco sostiene, secondo analisti di Sydney, che si tratta di un regalo alle multinazionali delle scommesse, perché consentirà spot illimitati durante le pause delle partite, annullando di fatto la protezione per i minori. Nel Regno Unito, mentre il premier Starmer annuncia il divieto di accesso ai social per gli under 16 dal 2027 e restrizioni su piattaforme come Roblox – usata dal 61 per cento dei bambini fra 8 e 14 anni –, genitori e associazioni denunciano che le nuove misure potrebbero non bastare, citando casi di adescamento e la facilità con cui vengono aggirati i controlli interni.
La pressione sulle famiglie è aggravata da abitudini digitali sempre più radicate. Un sondaggio britannico rivela che il 43 per cento dei genitori non immagina più di allevare i figli senza smartphone, mentre una ricerca condotta da università statunitensi su Instagram, TikTok, Snapchat e YouTube mostra che il 60 per cento delle funzioni di sicurezza non opera come dichiarato: i filtri per contenuti pericolosi vengono aggirati semplicemente sbagliando ortografia. In Iran, la discussione psicologica mette in guardia dai conflitti educativi tra genitori e nonni sull’uso dei dispositivi, e una professionista di Google racconta in un intervento personale la necessità di mantenere spazi di ‘inconveniente’ per evitare che i minori esternalizzino il pensiero all’intelligenza artificiale.
Il dossier restituisce una mappa di soluzioni parziali e interessi divergenti. Mentre Giacarta punta sul coinvolgimento delle piattaforme e sull’accompagnamento parentale, l’Australia attende un esame parlamentare che potrebbe irrigidire le norme, e il Regno Unito si prepara a implementare il divieto per gli under 16. Il prossimo banco di prova sarà l’efficacia concreta di queste misure: dalle scadenze del PP TUNAS in Indonesia all’entrata in vigore delle leggi britanniche, la capacità di trasformare la protezione dell’infanzia digitale in pratica quotidiana resta tutta da verificare.
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I regolatori del Sud-est asiatico rispondono alla diffusa falsificazione dell'età da parte dei bambini sui social media. Sottolineano i dati sulla portata del problema per giustificare nuove regolamentazioni come il PP TUNAS, ma notano le sfide di attuazione.
I media anglofoni evidenziano gravi falle negli strumenti di sicurezza delle piattaforme social e criticano l'arretramento del governo sulla pubblicità del gioco d'azzardo. Dipingono le piattaforme come negligenti e i regolatori come insufficientemente severi, chiedendo misure più forti.
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