
Il funerale di Khamenei tra vendetta e assenza del successore
A Teheran imponenti cerimonie funebri per la Guida Suprema uccisa a febbraio, mentre il figlio e successore Mojtaba resta nell’ombra e gli Stati Uniti osservano con scetticismo.
La seconda giornata di preghiere pubbliche per l’ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio in un attacco congiunto americano-israeliano, ha radunato a Teheran centinaia di migliaia di persone, in un clima segnato da invocazioni di vendetta e dall’assenza più discussa: quella del figlio Mojtaba, designato suo successore e mai apparso in pubblico da quando, secondo fonti vicine al suo entourage, sarebbe rimasto gravemente ferito e sfigurato nello stesso bombardamento. Le autorità iraniane hanno dichiarato due giorni di lutto nazionale e prevedono fino a venti milioni di partecipanti nell’arco di una settimana di cerimonie che toccheranno Qom, Najaf, Karbala e si concluderanno il 9 luglio a Mashhad, in quello che la propaganda di regime definisce «il funerale del secolo».
Dall’ottica di Teheran, l’evento è un’esibizione di coesione e continuità rivoluzionaria. I tre figli di Khamenei – Mostafa, Meysam e Masoud – hanno pregato accanto alle bare del padre e di quattro familiari, mentre il capo dei Guardiani della Rivoluzione, Ahmad Vahidi, e il comandante della Forza Qods, Esmail Qaani, sono apparsi in pubblico per la prima volta dall’inizio del conflitto. Striscioni in inglese invocavano l’uccisione del presidente Trump e del premier israeliano Netanyahu, e un poeta ufficiale ha domandato alla folla «perché l’uomo più bastardo del mondo è ancora vivo?». Il capo della magistratura iraniana ha annunciato l’intenzione di perseguire legalmente Stati Uniti e Israele per l’assassinio, mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha incontrato rappresentanti di Hamas, Hezbollah e altre fazioni alleate, ribadendo il sostegno all’«Asse della Resistenza».
Secondo l’amministrazione statunitense, le trattative di pace sono state sospese per una settimana in segno di rispetto, ma il presidente Trump ha commentato con scetticismo le immagini dei funerali, ipotizzando «lacrime finte» e aggiungendo che un solo colpo basterebbe a eliminare l’intera leadership iraniana riunita, gesto che Washington si asterrebbe dal compiere per non restare senza interlocutori. Fonti diplomatiche riferiscono che il segretario di Stato Marco Rubio avrebbe istruito le ambasciate a dissuadere i governi dal partecipare, minacciando ripercussioni sugli aiuti allo sviluppo e sui rapporti bilaterali: almeno tredici Paesi, tra cui alcuni dell’Europa orientale, dell’Africa e del Golfo, avrebbero ridimensionato o ritirato le proprie delegazioni.
Sul piano internazionale, la cerimonia ha messo in luce le fratture diplomatiche. Mentre Russia, Cina, Pakistan, India e diversi Stati dell’Asia centrale hanno inviato rappresentanti di alto livello, l’Indonesia – il più grande Paese musulmano – ha scelto di farsi rappresentare solo dal proprio ambasciatore a Teheran, scatenando le critiche dell’ex viceministro degli Esteri Dino Patti Djalal, che ha parlato di un possibile «affievolimento della politica estera libera e attiva» di Jakarta. In Europa, l’attenzione è rivolta alle implicazioni per la sicurezza energetica: il fragile cessate il fuoco ha permesso una parziale riapertura dello Stretto di Hormuz, ma il permanere di una retorica incendiaria e l’incertezza sulla reale capacità di comando del nuovo vertice iraniano alimentano i timori di una nuova escalation.
Il prossimo passaggio chiave è atteso per l’11 luglio, quando dovrebbero riprendere a Islamabad o in Svizzera i colloqui tecnici previsti dal memorandum d’intesa firmato il mese scorso, con l’obiettivo di affrontare il programma nucleare iraniano, l’allentamento delle sanzioni e la stabilizzazione regionale. Fino ad allora, il corpo di Khamenei continuerà il suo viaggio tra le città sante sciite, mentre il successore Mojtaba – la cui sorte resta un enigma – non ha ancora trovato il modo di mostrarsi al Paese che dovrebbe guidare.
| Stampa iraniana e affini | +1.00 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.60 | critical |
| Stampa latinoamericana | +0.20 | neutral |
L'Iran piange il suo leader martire e riafferma la determinazione a vendicarne il sangue; il nuovo leader, sebbene assente, guida dalla retrovia con cautela strategica.
Enfatizzando la partecipazione di massa e il simbolismo religioso, la narrazione trasforma una potenziale debolezza in una dimostrazione di forza e continuità, attribuendo l'assenza di Mojtaba a motivi di sicurezza piuttosto che a incapacità.
Il blocco omette ogni menzione di dissenso interno o del fatto che molti iraniani non partecipano al lutto, come riportato da altre fonti.
L'Occidente analizza il funerale come un'operazione d'immagine che non può nascondere le crepe nel sistema iraniano; il successore assente diventa simbolo di incertezza.
Citando esperti e fonti anonime, la narrazione mette sistematicamente in dubbio la versione ufficiale, trasformando l'assenza in un indicatore di crisi di leadership piuttosto che in una misura di sicurezza.
Il blocco omette il genuino fervore religioso e la partecipazione di massa, concentrandosi invece sulla manipolazione politica e sulla vulnerabilità.
Il popolo iraniano chiede vendetta e l'America deve pagare; il nuovo leader, ferito, resta nell'ombra ma il movimento continua.
Personificando la folla come attore principale e usando un linguaggio emotivo e simbolico (bandiere rosse, slogan), la narrazione lega la morte del leader direttamente alla causa della resistenza, rendendo secondaria l'assenza.
Il blocco omette le valutazioni strategiche del regime e la possibilità che l'assenza di Mojtaba indichi una lotta di potere, semplificando il conflitto in una narrazione di bene contro male.
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