
Lukashenko: nessun soldato in Ucraina, ma l’Occidente vuole la guerra lunga
Il leader bielorusso rassicura i militari sul mancato invio al fronte, mentre accusa una ‘partito della guerra’ internazionale di prolungare il conflitto e si moltiplicano le pressioni da Mosca e gli ultimatum da Kiev.
Da Minsk, il presidente Aljaksandr Lukašėnka ha ribadito con forza che la Bielorussia non invierà propri soldati nel conflitto ucraino, definendo la guerra una «carneficina» nella quale il Paese non deve essere trascinato. Durante una cerimonia con gli alti ufficiali, ha tuttavia accusato una non meglio precisata «partito della guerra» internazionale di adoperarsi con ogni mezzo per prolungare lo scontro armato. Secondo fonti diplomatiche europee, l’espressione mira a colpire tanto gli ambienti occidentali favorevoli al sostegno militare a Kiev quanto, implicitamente, le frange più oltranziste dell’establishment ucraino, che Lukašėnka ha già indicato come responsabili di spinte belliciste.
La presa di posizione arriva in un momento di forti pressioni incrociate. Da Mosca, secondo quanto riferito dalla stampa finanziaria statunitense, il Cremlino avrebbe sollecitato un maggiore coinvolgimento bielorusso, pur smentendo ufficialmente la richiesta. La Russia, che ha già utilizzato il territorio bielorusso come piattaforma per il lancio di missili e per il transito di truppe, avrebbe bisogno di risorse aggiuntive dopo aver subito, secondo stime diffuse da centri studi americani, oltre un milione di perdite tra morti e feriti. Tuttavia, Lukašėnka deve fare i conti con un’opinione pubblica interna largamente contraria: un sondaggio del think tank londinese Chatham House indica che il 40% dei bielorussi non sostiene l’azione militare russa, e all’inizio dell’invasione decine di ufficiali si dimisero per protesta. Un coinvolgimento diretto, avvertono analisti vicini all’opposizione in esilio, metterebbe a rischio la tenuta del regime.
Parallelamente, il fronte meridionale con l’Ucraina resta una polveriera. Il presidente Volodymyr Zelens’kyj ha minacciato attacchi contro il territorio bielorusso se Minsk non avesse rimosso le apparecchiature russe utilizzate per coordinare i bombardamenti, e ha chiesto lo smantellamento di quella che Kiev definisce «infrastruttura di aggressione» lungo il confine. In risposta, il viceministro degli Esteri bielorusso Ihar Sjakrat ha comunicato l’esistenza di linee rosse: un attraversamento non autorizzato della frontiera scatenerebbe una reazione con «tutto il potenziale» a disposizione. Un incontro riservato tra rappresentanti di Lukašėnka e Zelens’kyj, tenutosi il 25 giugno, avrebbe confermato la reciproca volontà di evitare un allargamento del conflitto, che per Kiev significherebbe l’apertura di un nuovo fronte di oltre mille chilometri.
Sullo sfondo, l’Unione Europea accelera la propria militarizzazione. Da Berlino, il ministro della Difesa Boris Pistorius ha annunciato che la Germania fornirà il contributo nazionale più consistente al nuovo pacchetto di aiuti militari della NATO, mentre da Bruxelles fonti comunitarie confermano che l’Ucraina ha chiesto 6,6 miliardi di euro per coprire le necessità belliche immediate, invocando una «finestra di opportunità» sul campo di battaglia di sei-nove mesi. Lukašėnka ha bollato come ipocrita l’atteggiamento europeo, accusando i governi dell’Unione di dichiarare pace mentre stanziano miliardi per armamenti offensivi. In questo quadro, il dossier bielorusso resta in bilico: Minsk continua a respingere il coinvolgimento diretto, ma la tensione sul confine e la guerra ibrida denunciata dal regime – fatta di spionaggio, pressione economica e informativa – rendono il quadro in continua evoluzione e carico di rischi. Prossimi passi concreti potrebbero includere nuove esercitazioni militari congiunte con la Russia o, al contrario, ulteriori canali di comunicazione riservata con Kiev per scongiurare incidenti.
| Stampa russa e CSI | +0.40 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa iraniana e affini | 0.00 | neutral |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
La Bielorussia, sotto la guida di Lukashenko, respinge le pressioni della 'partito della guerra' occidentale e ribadisce la sua vocazione pacifica.
Ripetizione e personificazione dello stato: si attribuisce a Lukashenko la volontà del popolo bielorusso, creando un'identità tra leader e nazione.
Le pressioni russe sulla Bielorussia per unirsi al conflitto non vengono menzionate; la narrazione attribuisce ogni pressione all'Occidente.
Il presidente bielorusso annuncia che il suo paese non parteciperà al conflitto ucraino, ribadendo la ricerca di una soluzione pacifica.
Riporto secco e neutrale, senza aggiungere interpretazioni, che conferisce autorevolezza alla dichiarazione.
La Bielorussia resiste alle pressioni di Mosca per un coinvolgimento più profondo nella guerra, scegliendo la propria strada.
Enfatizzazione della tensione tra alleati, usando il contrasto tra le dichiarazioni di Lukashenko e le aspettative russe.
Le accuse di Lukashenko contro una 'partito della guerra' internazionale e la retorica della guerra ibrida vengono omesse; ci si concentra invece sulla sua resistenza a Mosca.
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