
Vienna condanna per tortura due ex ufficiali di Assad: otto anni e il nodo Mossad
Il tribunale regionale di Vienna ha inflitto pene a otto anni a un ex generale dei servizi e a un ex poliziotto siriani, riconoscendo torture e abusi su 21 oppositori tra il 2011 e il 2013, in un processo che intreccia giurisdizione universale e rivelazioni sui servizi segreti.
La corte regionale penale di Vienna ha condannato lunedì a otto anni di reclusione Khaled al‑Halabi, ex generale di brigata dei servizi di intelligence siriani a Raqqa, e Musab Abu Rukbah, ex tenente colonnello della polizia criminale nella stessa città. I giudici hanno riconosciuto entrambi colpevoli di coercizione aggravata, coercizione sessuale e lesioni personali gravi; al‑Halabi è stato condannato anche per tortura. I fatti risalgono al periodo compreso tra l’aprile 2011 e il marzo 2013, quando i due imputati, secondo la corte, ordinarono o non impedirono maltrattamenti sistematici contro 21 civili che protestavano contro il governo di Bashar al‑Assad. La procura austriaca ha già annunciato ricorso chiedendo un inasprimento delle pene, mentre la difesa ha sempre negato ogni addebito: al‑Halabi, appartenente alla minoranza drusa, ha sostenuto di essersi limitato a eseguire ordini.
Il processo si inserisce in una sequenza di procedimenti avviati in Europa sulla base del principio di giurisdizione universale. Secondo analisti giuridici con sede a Bruxelles, questo strumento consente ai tribunali nazionali di perseguire crimini di guerra e contro l’umanità indipendentemente dal luogo in cui sono stati commessi, colmando il vuoto lasciato dall’impossibilità di attivare la Corte penale internazionale per la Siria. Negli ultimi mesi condanne e rinvii a giudizio hanno riguardato ex ufficiali siriani in Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Francia e Svezia. La corte austriaca ha precisato di non avere una competenza generale sui reati commessi in Siria, ma di poter intervenire in presenza di tortura organizzata dallo Stato, come emerso dalle testimonianze delle vittime – alcune giunte in aula da diversi Paesi europei e dalla stessa Siria – che hanno descritto percosse con cavi elettrici, scosse ai genitali, acqua bollente e gelida versata sui corpi nudi.
Il caso ha assunto una dimensione geopolitica ulteriore a causa delle modalità con cui al‑Halabi giunse in Austria. Secondo la ricostruzione emersa da inchieste giornalistiche austriache e richiamata dalla stessa accusa, l’ex generale sarebbe stato trasferito nel 2015 dalla Francia all’Austria grazie a un’intesa riservata tra il Mossad israeliano e il servizio di intelligence interno austriaco BVT, nell’ambito dell’operazione “White Milk”. L’accordo sarebbe stato supervisionato da Martin Weiss, ex capo del BVT, oggi latitante a Dubai e ricercato per possibili legami con la fuga dell’ex agente Jan Marsalek a Mosca. Entrambi gli imputati avevano presentato domanda di asilo in Austria nello stesso anno, ottenendo protezione prima di essere arrestati alla fine del 2024. Questo retroscena ha alimentato in Austria un dibattito sulla gestione dei flussi di ex funzionari siriani e sul ruolo dei servizi, senza tuttavia incidere sul giudizio di colpevolezza.
La sentenza non è ancora definitiva: i legali dei condannati non hanno ancora comunicato se presenteranno appello. La corte ha inoltre disposto un risarcimento complessivo di 130.000 euro a favore delle vittime. Secondo fonti diplomatiche europee, il verdetto di Vienna rafforza la tendenza a usare i tribunali nazionali per fare luce sui crimini del regime siriano, in un momento in cui la transizione politica a Damasco resta incerta e i meccanismi internazionali sono bloccati. Il dossier resta aperto in attesa delle decisioni sull’appello, mentre proseguono altri procedimenti in Europa, tra cui quello a Berlino contro un capo miliziano e quello a Londra contro un ex colonnello dell’intelligence aerea siriana.
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | −0.20 | neutral |
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
| Stampa europea continentale | 0.00 | neutral |
La giustizia austriaca condanna i torturatori del precedente regime siriano, affermando che nessun crimine resta impunito.
Ripetendo il riferimento agli imputati come 'ufficiali del precedente regime' e sottolineando l'appello della procura per una pena più severa, la narrazione rafforza l'immagine di un regime criminale chiamato a rispondere.
Il ruolo del Mossad nel portare gli imputati in Austria viene omesso, il che complicherebbe la narrazione di pura giustizia legale.
Il tribunale austriaco stabilisce un precedente processando funzionari della sicurezza siriani per tortura, dimostrando che la giurisdizione universale può funzionare.
Enfatizzando la rarità del caso e dettagliando i metodi di tortura, la narrazione costruisce un senso di giustizia eccezionale evitando coinvolgimenti geopolitici più profondi.
Il ruolo del Mossad nel portare gli imputati in Austria viene omesso, il che complicherebbe la narrazione di pura giustizia legale.
La sentenza del tribunale austriaco è oscurata dall'accordo segreto di intelligence che ha permesso di processare i torturatori, sollevando dubbi sull'integrità del processo.
Mettendo in primo piano il collegamento con il Mossad e le affermazioni dei pubblici ministeri su un accordo segreto, la narrazione inietta scetticismo e inquadra il processo come frutto di accordi dietro le quinte piuttosto che di puro principio legale.
L'appello della procura per una pena più severa viene omesso, il che indicherebbe che la sentenza è considerata troppo lieve da alcuni.
Il tribunale austriaco applica meticolosamente la legge, condannando due ex ufficiali siriani a otto anni per tortura, con la sentenza ancora soggetta a appello.
Aderendo ai dettagli procedurali ed evitando commenti morali, la narrazione si presenta come puramente fattuale e giuridicamente solida, conferendo credibilità all'esito giudiziario.
L'appello della procura per una pena più severa viene omesso, il che indicherebbe che la sentenza è considerata troppo lieve da alcuni.
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