
La Coppa del Mondo 2026 tra sacro e profano: dal Papa ai piccoli Stati, il calcio che unisce e divide
Mentre Leone XIV benedice il pallone ufficiale, l'espansione a 48 squadre e le tensioni politiche tra Stati Uniti e Messico rivelano le contraddizioni di un torneo che è insieme rito, business e campo di battaglia simbolico.
Il gesto ha un’eco quasi liturgica: al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro, gli ambasciatori di Messico, Stati Uniti e Canada consegnano a Leone XIV il pallone ufficiale del Mondiale 2026, firmato da tutti e tre. Il pontefice, noto appassionato di sport, lo accoglie come «simbolo di come i Paesi possano mantenere l’unione attorno a un evento rilevante». È l’immagine più nitida di un torneo che aspira a cucire le distanze, ma che si svolge su un terreno già segnato da crepe profonde.
Dietro la retorica della fratellanza, infatti, si agitano le ombre della geopolitica. Dall’America Latina si leva la denuncia del caso di Omar Artan, arbitro somalo eletto miglior fischietto d’Africa nel 2025 e deportato da Miami dopo undici ore di interrogatorio. È un episodio che stride con lo slogan di Gianni Infantino – «il calcio unisce il mondo» – e che riporta alla mente la celebre battuta di George Orwell, rilanciata in questi giorni dalla stampa italiana: il calcio è «come la guerra, a parte le fucilate». Non è un caso che proprio il presidente della Fifa, italiano di origine, si trovi a gestire un’edizione nata da un’intuizione del diplomatico messicano Arturo Sarukhán nel 2009, otto anni prima che Donald Trump, oggi di nuovo alla Casa Bianca, suggerisse di bombardare il Messico per colpire i narcotrafficanti. La coabitazione forzata tra Washington e Città del Messico trasforma ogni partita in una partita diplomatica.
Eppure, come nota un commentatore tedesco, la Mammut-WM con 48 nazionali e 104 incontri è «esattamente ciò che serve in questi tempi». L’allargamento ha già regalato sorprese: il pareggio del Qatar, la gioia di Capo Verde, Giordania e Curaçao, piccole patrie che ricordano «il vero motivo per cui si gioca a calcio: condividere la gioia». Ma il rovescio della medaglia è un ecosistema mediatico sempre più colonizzato dalle scommesse. In Brasile, dove la Cazé TV trasmette tutte le partite su YouTube, quattro «bet» sono sponsor principali, e l’onnipresenza delle piattaforme ha generato un lapsus rivelatore: «fubetol», fusione inconsapevole di futebol e bet. Il sacro e il profano si mescolano senza sosta.
In Messico, intanto, la febbre mundialista ha varcato la soglia della Cattedrale Metropolitana: il Niño Dios dell’Altare dei Re veste la maglia bianca e i calzoncini verdi del Tricolor, con scarpette sportive e un pallone ai piedi. Fedeli e turisti accorrono per pregare per la Selección e scattare foto. È una devozione che dialoga a distanza con il pallone benedetto in Vaticano, e che conferma come il calcio resti una delle poche lingue franche capaci di mettere in comunicazione potenti e umili, scettici e credenti. Il Mondiale 2026 si avvia così a diventare uno specchio del nostro tempo: un rito planetario in cui la ricerca di unità convive con le tensioni nazionali, la fede con il marketing, e la poesia dei piccoli con la spietatezza dei grandi.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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In America Latina, il Mondiale è un intreccio di sacro e profano: il Papa riceve il pallone ufficiale, il Bambin Gesù indossa la maglia della nazionale, ma l'ipocrisia del 'calcio che unisce' è smascherata dall'arresto di un arbitro somalo a Miami. Con ironia e pragmatismo, si guarda al torneo come a una festa popolare che non dimentica le contraddizioni dei potenti.
Questo Mondiale, orchestrato da Trump e Infantino, dimostra che lo sport è solo un'estensione della politica di potenza, una guerra senza fucilate. L'allargamento del torneo e la retorica dell'unità nascondono una filosofia della forza che esalta i più ricchi e potenti, riecheggiando Orwell e persino criminali di guerra.
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