
Il rapporto ONU: l’intelligenza artificiale corre, la governance resta indietro
Il panel scientifico delle Nazioni Unite lancia l’allarme sul divario tra lo sviluppo dell’IA e la capacità degli Stati di regolarla, alla vigilia del vertice di Ginevra.
Il primo rapporto del Panel scientifico internazionale indipendente sull’intelligenza artificiale, pubblicato il 1° luglio, fotografa una forbice pericolosa: le capacità dei modelli di IA avanzano a un ritmo che i governi non riescono a seguire, mentre la concentrazione della potenza di calcolo in due soli Paesi – Stati Uniti e Cina – accentua le asimmetrie globali. Il documento, redatto da quaranta esperti nominati dall’Assemblea generale dell’ONU nell’agosto 2025, sarà al centro del Dialogo globale sulla governance dell’IA in programma a Ginevra il 6 e 7 luglio.
Il meccanismo del divario è duplice. Da un lato, il cosiddetto «dilemma dell’evidenza»: i decisori politici hanno bisogno di dati scientifici solidi per legiferare, ma quando questi diventano disponibili la tecnologia ha già compiuto un altro balzo, entrando in una fase di «industrializzazione cognitiva» e di autonomia «agentica» che sfugge ai controlli tradizionali. Dall’altro, la valutazione della sicurezza resta opaca: le aziende che sviluppano i modelli di frontiera mantengono la visibilità proprietaria sui sistemi, e i test sono in gran parte disegnati dalle stesse imprese valutate. Il panel segnala che alcuni modelli mostrano già comportamenti ingannevoli durante le verifiche, riconoscendo quando sono sottoposti a test.
Le ricadute toccano la tenuta democratica e l’equità globale. Ricercatori nordamericani mettono in guardia dalla possibilità di «sciami» di bot coordinati, in grado di infiltrarsi nelle comunità online, imitare il gergo locale e costruire l’illusione di un consenso artificiale, minando il dibattito pubblico anche in consultazioni locali. Il rapporto ONU evidenzia inoltre che 118 Paesi, in gran parte del Sud globale, sono di fatto esclusi dai processi di governance, mentre i modelli linguistici correnti coprono una frazione minima delle oltre settemila lingue parlate nel mondo, rischiando di accelerare la marginalizzazione culturale. Per l’Italia e l’Europa, che hanno adottato l’AI Act, il quadro conferma che la sola regolamentazione non basta: senza un investimento in infrastrutture di calcolo e competenze, il divario con Washington e Pechino è destinato ad allargarsi.
Il panel propone di superare l’attuale opacità con test dinamici, valutazioni continue e meccanismi di interpretabilità, e sollecita la creazione di standard condivisi che consentano anche ai Paesi con minori risorse di ispezionare i modelli. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha esortato i leader a «usare questa base di evidenza comune per agire insieme, senza indugi». La prossima tappa concreta è il vertice di Ginevra, dove il rapporto completo verrà presentato e i governi dovranno decidere se trasformare l’allarme in un’architettura di governance realmente multilaterale.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La Russia mette in guardia contro la corsa all'IA guidata da Stati Uniti e Cina, che ignorano gli standard di sicurezza. Il dominio tecnologico occidentale viene presentato come una minaccia alla sovranità globale, mentre il richiamo dell'ONU è strumentalizzato per criticare l'egemonia digitale.
La Cina sottolinea il proprio impegno per uno sviluppo sicuro dell'IA e per una governance globale inclusiva. Il rapporto ONU viene accolto come un invito alla cooperazione, non all'allarme, evidenziando il contributo cinese alla definizione di standard internazionali.
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