
Lingue d’oro e vino di 2400 anni: il Mediterraneo restituisce i suoi tesori sommersi
Dai sigilli intatti delle tombe di Marina El Alamein al carico di anfore calabresi, una serie di scavi ridisegna la mappa dei commerci e dei riti funerari antichi.
Il bacino del Mediterraneo ha restituito in poche settimane un patrimonio archeologico che modifica la cronologia degli insediamenti costieri e delle rotte commerciali. Il dato più rilevante arriva da Marina El Alamein, sulla costa nord-occidentale egiziana, dove una missione locale ha portato alla luce diciotto tombe di epoca tolemaico-romana, undici delle quali scavate nella roccia a una profondità media di otto metri. Alcune camere funerarie sono state trovate con i lastroni di chiusura ancora sigillati, un sarcofago di granito di due metri e mezzo conservava il coperchio originale e al suo interno resti ossei ora sottoposti ad analisi. Il ritrovamento porta a quarantaquattro il totale delle sepolture censite dal 1986 e conferma la centralità di quella che si ritiene essere l’antica Leukaspis, porto fiorito tra l’età ellenistica e quella bizantina.
L’elemento di maggiore impatto simbolico è costituito da ventiquattro amuleti in oro a forma di lingua, deposti nella bocca di alcuni defunti, e da una lamina con l’occhio di Horus. Secondo gli egittologi del Consiglio supremo delle antichità, la pratica, legata alla credenza che il morto potesse parlare nell’aldilà, attesta la persistenza di tradizioni faraoniche ben dentro l’età romana. Lo stesso orizzonte culturale è documentato da un altare in calcare con falsa porta, da una stele funeraria con figura maschile e da una statua marmorea incompiuta che gli archeologi attribuiscono ad Afrodite, a riprova della stratificazione religiosa che caratterizzava i porti del Delta.
A circa cento chilometri più a ovest, nell’oasi di Dakhla, un secondo team egiziano ha riportato alla luce un insediamento bizantino del IV secolo costruito in mattoni crudi, con una rete viaria ortogonale, piazze, una chiesa a pianta basilicale e torri difensive. Le oltre duecento tavolette di terracotta con iscrizioni in copto e greco, insieme a monete di bronzo e oro dell’epoca di Costanzo II, offrono agli studiosi del Cairo una fotografia amministrativa e religiosa di una comunità organizzata nel deserto occidentale. Il sito, parte del complesso di Ain al-Sabil, è candidato a essere proposto per l’inserimento nella lista del patrimonio mondiale UNESCO.
Il Mediterraneo centro-occidentale non è da meno. Al largo di Monasterace, in Calabria, i sommozzatori impegnati nei rilievi per un parco eolico offshore hanno individuato un relitto con oltre trecento anfore vinarie risalenti al 375 a.C. circa. Il carico, rimasto sigillato per ventiquattro secoli, potrebbe conservare residui organici utili a ricostruire le tecniche di vinificazione della Magna Grecia. In Francia, nel dipartimento della Mosa, l’ampliamento di un’abitazione privata ha portato alla luce tre grandi anfore contenenti oltre quarantamila monete romane della fine del III secolo, con effigi degli imperatori gallici Vittorino e Tetrico. Gli archeologi dell’Inrap interpretano il deposito non come un tesoro nascosto in fretta, ma come un sistema di risparmio domestico gestito con prelievi e versamenti regolari, una sorta di “cassaforte” di famiglia sepolta in un angolo della casa e poi distrutta da un incendio all’inizio del IV secolo.
Per l’Italia, il relitto calabrese rappresenta un’occasione scientifica e diplomatica: il Ministero della Cultura ha avviato le procedure di recupero delle anfore in collaborazione con l’impresa energetica, mentre i laboratori di archeobotanica si preparano ad analizzare i residui. Il prossimo passaggio concreto sarà la pubblicazione dei risultati delle datazioni al radiocarbonio sui resti ossei egiziani e l’avvio dello studio numismatico completo del deposito francese, tasselli che promettono di precisare la cronologia delle rotte e delle gerarchie sociali in un Mediterraneo che, duemila anni dopo, continua a parlare.
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