
Iran, l'eliminazione più amara: tre pareggi, un gol annullato e l'ombra della geopolitica
La squadra di Ghalenoei esce imbattuta dal Mondiale 2026 ma paga un fuorigioco millimetrico e le restrizioni imposte dagli Stati Uniti, tra lacrime e ringraziamenti al Messico.
L’avventura iraniana al Mondiale 2026 si è spenta in un pomeriggio di calcoli e rimpianti, quando il pareggio per 3-3 tra Austria e Algeria, con due reti nei minuti di recupero, ha cancellato l’ultima speranza di qualificazione come una delle migliori terze. Il Team Melli lascia il torneo senza aver mai perso – tre pareggi contro Belgio (0-0), Nuova Zelanda (2-2) ed Egitto (1-1) – ma con la sensazione, espressa a caldo dal capitano Mehdi Taremi, di aver vissuto «un Mondiale disastroso». Non per il rendimento in campo, bensì per un accumulo di ostacoli che hanno trasformato ogni partita in una prova di resistenza logistica e psicologica.
La sequenza degli eventi ha il sapore amaro della beffa sportiva. Contro l’Egitto, a Seattle, l’Iran aveva trovato il gol del possibile 2-1 al terzo minuto di recupero con Shoja Khalilzadeh, annullato dopo una revisione VAR per un fuorigioco giudicato questione di «un alluce», come hanno scritto i media iraniani. Poco dopo, una traversa colpita dallo stesso Khalilzadeh ha negato un’altra rete. Il difensore Ramin Rezaeian è scoppiato in lacrime davanti ai giornalisti: «Non so perché siamo così sfortunati, ancora e ancora». L’eliminazione è poi maturata fuori dal loro controllo: serviva una vittoria in una delle altre partite, ma i risultati hanno girato tutti in senso contrario, fino al drammatico finale di Kansas City.
A rendere la campagna iraniana un unicum nella storia dei Mondiali è stato il contesto extra-calcistico. A causa del conflitto in corso con gli Stati Uniti, la squadra ha dovuto spostare il ritiro dall’Arizona a Tijuana, in Messico, e ha potuto entrare in territorio americano solo poche ore prima di ogni partita, con l’obbligo di rientrare immediatamente dopo il fischio finale. Visti negati a membri dello staff, controlli migratori estenuanti e l’impossibilità di allenarsi negli Stati Uniti hanno alimentato le proteste della federazione iraniana, che in un comunicato ha denunciato un «trattamento ingiusto e antisportivo». L’allenatore Amir Ghalenoei ha definito la sua «la squadra più oppressa di tutto il Mondiale», mentre fonti governative americane hanno ribattuto che le restrizioni erano note in anticipo e che si è fatto il possibile per agevolare una nazionale proveniente da un Paese nemico.
In questo scenario di tensioni, il Messico è diventato un inatteso rifugio. La delegazione iraniana ha trascorso venti giorni a Tijuana, accolta con calore da tifosi e residenti. I giocatori hanno lasciato biglietti scritti a mano negli spogliatoi di Los Angeles e Seattle per ringraziare dell’ospitalità, e sui social è diventato virale il messaggio del difensore Rezaeian: «Grazie al meraviglioso popolo messicano, ci avete fatto sentire a casa». L’ambasciatore iraniano in Messico ha parlato di un legame che «resterà nella storia delle nostre relazioni». Un gesto di gratitudine che ha attraversato le frontiere, mentre in Europa e negli Stati Uniti il dibattito si è concentrato sulle contraddizioni della FIFA, accusata da più parti di non aver garantito condizioni eque e di aver applicato due pesi e due misure, come quando al capitano iraniano sono state rivolte domande sui diritti LGBT ignorate per altre nazionali.
L’Iran torna a casa a testa alta, imbattuto ma fuori dai sedicesimi per differenza reti, con la consapevolezza di aver lottato contro avversari e contro un sistema che, a detta di molti osservatori internazionali, ha mescolato sport e politica in modo inedito. Resta l’immagine di una squadra che ha pianto in campo e ha ringraziato chi l’ha accolta, mentre il Mondiale prosegue senza di lei.
| Stampa sud-est asiatica | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
Il pareggio tra Austria e Algeria ha deciso il destino dell'Iran, che esce a testa alta ma senza passare il turno.
Si enfatizza la logica del girone e la matematica, presentando l'eliminazione come un fatto statistico.
Non si menziona il contesto politico dell'Iran, concentrandosi solo sul dato sportivo.
L'Iran lascia il mondiale senza sconfitte, ma la sua assenza dalla fase finale è un riflesso delle tensioni che lo isolano.
Si collega l'evento sportivo alla situazione politica, suggerendo che il risultato è meno importante delle relazioni internazionali.
Non si discute la prestazione sportiva dell'Iran, ma solo le implicazioni geopolitiche.
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