
Funerali di Khamenei: folla oceanica a Teheran, il successore resta un fantasma
Milioni di iraniani hanno accompagnato il feretro della Guida Suprema uccisa a febbraio, tra invocazioni di vendetta contro Trump e l’assenza strategica del nuovo leader Mojtaba.
Una marea umana ha invaso lunedì le arterie di Teheran per la processione funebre dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio nei raid congiunti di Stati Uniti e Israele che hanno aperto la guerra in Medio Oriente. Il feretro, avvolto nella bandiera iraniana e coperto di fiori, è stato trasportato su un camion scoperto lungo un percorso di oltre dieci chilometri, dalla piazza Imam Hossein fino a piazza Azadi, scortato da forze di sicurezza e accompagnato da getti d’acqua per lenire la calura. Secondo le stime diffuse dalla televisione di Stato e dalle agenzie vicine ai pasdaran, la partecipazione ha raggiunto diversi milioni di persone, in quello che il regime ha definito il più grande raduno pubblico nella storia recente del Paese. Accanto alla salma di Khamenei erano esposte le bare di quattro familiari, tra cui una figlia e una nipote di quattordici mesi, tutti periti nello stesso attacco.
La cerimonia è stata orchestrata come una dimostrazione di forza e continuità politica dopo trentasei anni di guida suprema. Per le autorità di Teheran, la mobilitazione di massa – favorita da trasporti gratuiti, vitto e alloggio agevolato – intendeva proiettare un’immagine di resilienza e unità nazionale, sia verso il fronte interno sia verso gli avversari esterni. Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale ha esortato i nemici a «tenere gli occhi puntati sull’Iran», interpretando la folla come un plebiscito a favore della Repubblica Islamica. Tuttavia, analisti europei e statunitensi mettono in guardia dal sovrapporre la partecipazione a un funerale – evento dal forte significato religioso nella tradizione sciita – con un sostegno politico incondizionato, ricordando che il consenso al regime si attesta, secondo stime ricorrenti, attorno al 15-20% della popolazione.
L’elemento di maggiore tensione simbolica è stata l’assenza del nuovo leader supremo, Mojtaba Khamenei, figlio e successore designato dall’Assemblea degli Esperti a marzo. Ferito gravemente nello stesso bombardamento, secondo fonti dell’intelligence occidentale, Mojtaba non è mai apparso in pubblico né ha rilasciato dichiarazioni audiovisive, limitandosi a comunicati scritti. La sua mancata presenza – mentre tre fratelli pregavano accanto al feretro – alimenta interrogativi sulla reale capacità di esercitare il potere e sulla tenuta della transizione. Funzionari iraniani giustificano l’assenza con ragioni di sicurezza, ma a Bruxelles e Washington si legge la vicenda come il sintomo di un vuoto decisionale che potrebbe condizionare i negoziati in corso con gli Stati Uniti.
La piazza ha dato voce a una retorica di vendetta che ha attraversato l’intera cerimonia. Cartelli con la scritta «Uccidete Trump», bandiere rosse simbolo del martirio e un fantoccio del presidente americano impiccato hanno scandito il corteo, mentre il poeta Mohammad Rasouli, dal palco delle preghiere funebri, ha definito «un disonore» non uccidere l’assassino della Guida. Per gli osservatori mediorientali, si tratta di un messaggio rivolto tanto all’esterno quanto alle frange più radicali del regime, che contestano la tregua siglata a giugno e il memorandum d’intesa con Washington. Il ministro della Difesa israeliano Katz ha replicato dichiarando che «qualsiasi leader iraniano che tenterà di nuovo piani per distruggere Israele sarà ucciso».
Sul piano diplomatico, i funerali hanno congelato per una settimana i colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti, mediati da Qatar e Pakistan, che dovrebbero riprendere l’11 luglio per definire un accordo permanente su nucleare, sanzioni e sicurezza marittima. Per l’Italia e l’Europa, la posta in gioco resta la stabilità dello Stretto di Hormuz, da cui transita un quinto del traffico globale di petrolio e gas, e il rischio che una nuova escalation faccia impennare i prezzi energetici. Dopo la tappa a Teheran, il feretro proseguirà verso Qom, le città sante irachene di Najaf e Karbala, per essere infine sepolto giovedì a Mashhad, nel mausoleo dell’imam Reza.
| Stampa iraniana e affini | +1.00 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.40 | critical |
| Stampa cinese | 0.00 | neutral |
L'Iran rivoluzionario celebra il suo martire: il popolo si stringe attorno alla guida caduta, dimostrando che la Rivoluzione è viva.
La ripetizione del termine 'martire' e l'enfasi sulla partecipazione di massa creano un'equivalenza tra la legittimità del regime e l'affetto popolare, trasformando un evento luttuoso in una riaffermazione di potere.
Viene omesso il fatto che il successore, Mojtaba Khamenei, non è apparso in pubblico, e che la guerra ha decimato la leadership iraniana.
L'Occidente osserva con scetticismo: la messa in scena non nasconde la crisi di successione e la decimazione della leadership.
Si contrappone la narrazione ufficiale di unità con l'evidenza dell'assenza del successore, creando un contrasto che mina la credibilità del regime.
Viene omesso il fatto che la folla era effettivamente oceanica e che molti iraniani hanno partecipato spontaneamente, non solo per ordine del regime.
La Cina osserva con distacco pragmatico: l'Iran cerca di proiettare stabilità, ma la successione rimane incerta.
Si adotta un tono neutro e fattuale, riportando sia la partecipazione di massa che l'incognita del successore, senza giudizio, in linea con la posizione di non interferenza.
Viene omesso il contesto bellico dettagliato e le critiche alla leadership iraniana, per non compromettere i rapporti bilaterali.
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