
Ebola in Congo, contagi fino a quattro volte i dati ufficiali: l’Oms lancia l’allarme
L’epidemia da virus Bundibugyo, senza vaccino né cura approvati, accelera mentre gli operatori sanitari scioperano per gli stipendi arretrati e gli Stati Uniti bloccano i voli diretti dal Paese.
La reale portata dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo potrebbe essere da due a quattro volte superiore ai circa millenovecento casi e settecento decessi finora confermati. Lo ha dichiarato a Ginevra Chikwe Ihekweazu, direttore del Programma per le emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità, basandosi su modelli che indicano come quattro nuovi contagi su cinque sfuggano alle catene di trasmissione note. Il ceppo Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini né terapie approvate, ha già raggiunto cinque province orientali e ha varcato il confine con l’Uganda, dove si registrano venti casi. Secondo l’Oms si tratta del focolaio di Ebola con la crescita più rapida mai documentata in un singolo mese.
La risposta sanitaria è messa a dura prova da una crisi di fiducia e di risorse. Nell’epicentro di Ituri, decine di operatori – epidemiologi, tracciatori, autisti di ambulanze e addetti alle sepolture – hanno bloccato l’accesso al centro di trattamento di Rwampara e bruciato pneumatici per protestare contro il mancato pagamento di stipendi e incentivi dal 15 maggio, giorno della dichiarazione ufficiale dell’epidemia. Il ministro della Sanità congolese ha riconosciuto ritardi nei pagamenti e promesso soluzioni, mentre l’Oms ha ricevuto solo il quaranta per cento dei centoquindici milioni di dollari richiesti per le operazioni di contenimento. La comunità internazionale ha mobilitato un miliardo e mezzo di dollari, ma i fondi faticano a tradursi in stipendi e dispositivi di protezione sul terreno.
Sul fronte diplomatico e sanitario, l’amministrazione statunitense ha annunciato che i cittadini americani presenti in Congo o rientrati di recente saranno inseriti in una lista di divieto d’imbarco sui voli commerciali diretti verso gli Stati Uniti, e dovranno trascorrere almeno ventuno giorni in un Paese terzo. La misura, adottata in base al Titolo 49, riguarda circa ventiquattro persone in procinto di partire. Due operatori umanitari statunitensi sono stati contagiati: il più recente, un magazziniere della ong Samaritan’s Purse non coinvolto nella cura diretta dei pazienti, è stato trasferito all’Ospedale universitario di Francoforte, dove le autorità tedesche hanno escluso rischi per la popolazione. Il paziente precedente, il medico Peter Stafford, era stato curato con successo a Berlino.
In questo scenario, un trial clinico appena avviato in un solo centro dell’Ituri sta testando due possibili trattamenti: l’antivirale remdesivir e l’anticorpo sperimentale MBP134. Lo studio, randomizzato e controllato, potrebbe richiedere mesi e fino a mille partecipanti per fornire risultati affidabili. La sfida più immediata resta però quella di garantire la continuità delle attività di sorveglianza e isolamento in un contesto segnato da conflitti armati, sfollamenti di massa e una diffusa diffidenza verso le autorità sanitarie, alimentata da voci che negano l’esistenza stessa del virus.
Il prossimo banco di prova sarà la capacità di sbloccare i pagamenti degli operatori in sciopero e di estendere la sperimentazione clinica ad altri centri di trattamento, mentre l’Oms continua a sollecitare i donatori affinché la Repubblica Democratica del Congo non venga lasciata sola ad affrontare un’emergenza che, per velocità di propagazione e assenza di contromisure farmacologiche, non ha precedenti nella storia recente delle febbri emorragiche.
| Stampa africana subsahariana | −0.30 | critical |
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| Stampa russa e CSI | 0.00 | neutral |
Gli operatori sanitari in prima linea non vengono pagati e il virus si diffonde in nuove province. La risposta è minata da questi fallimenti.
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