
L’intelligenza artificiale divide il mercato del lavoro: competenze premiate, salari stagnanti per gli altri
Dall’India agli Stati Uniti, le imprese offrono forti incentivi per i talenti dell’IA mentre i lavoratori in ruoli esposti all’automazione vedono retribuzioni ferme o in calo, e i giovani laureati faticano a inserirsi.
In India, un’indagine su 1.267 datori di lavoro e 2.541 dipendenti mostra che il 66% delle aziende riconosce premi salariali elevati per i ruoli legati all’intelligenza artificiale, ma il 54% dei lavoratori in posizioni esposte all’IA ha visto stipendi stagnare o diminuire nell’ultimo anno. Negli Stati Uniti, le start-up utilizzano agenti autonomi per gestire assistenza clienti e sviluppo software senza nuove assunzioni; secondo la piattaforma Stripe, l’esplosione di nuove imprese dalla fine del 2024 è trainata da società che resteranno unipersonali proprio perché l’IA colma bisogni che un tempo richiedevano personale. Il tasso di disoccupazione dei giovani laureati statunitensi ha raggiunto il massimo storico rispetto alla media della popolazione attiva, e ricercatori di Stanford hanno registrato una contrazione dell’occupazione tra i 22 e i 25 anni nelle professioni più esposte all’automazione. In Messico, solo il 23% delle organizzazioni dichiara benefici economici dall’IA e appena il 6% un valore significativo.
Il meccanismo che alimenta questa forbice è duplice. Da un lato, gli agenti di IA generativa sono oggi in grado di scrivere, testare e correggere codice, gestire chiamate e follow-up prima di qualsiasi intervento umano, permettendo a realtà come Espresa di risparmiare milioni di dollari e di aumentare i volumi senza ampliare gli organici. Dall’altro, l’economista premio Nobel Christopher Pissarides, intervenendo a una conferenza a Rio de Janeiro, ha osservato che a livello macroeconomico l’IA agisce più come strumento di assistenza che come sostituto, e che in settori come l’edilizia la domanda di lavoro cresce. Il vero nodo, secondo Pissarides, è la concentrazione geografica: il 60% degli investimenti in IA si addensa in poli d’élite come l’asse Londra-Oxford-Cambridge, scavando divari regionali. Al tempo stesso, i comparti ad alta interazione umana – sanità, ospitalità – rischiano la stagnazione salariale perché non registrano guadagni di produttività misurabili tramite algoritmi.
L’impatto è disomogeneo anche in Europa. In Svezia, l’ottimismo verso gli effetti positivi dell’IA sul lavoro è sceso dal 69% al 63% in un anno, con i giovani più pessimisti; il dibattito pubblico chiede al prossimo governo, dopo le elezioni autunnali, di abbassare le soglie d’ingresso per i primi impieghi e di includere i lavoratori nello sviluppo dell’IA. In Italia, l’attenzione si concentra sui limiti dell’IA generativa – allucinazioni, affidabilità in ambiti come medicina e diritto – e sulla necessità di mantenere una supervisione umana nei processi decisionali critici. Le aziende messicane, sostenute dalla Secretaría de Economía, puntano sulla digitalizzazione come leva di competitività, ma la capacità di tradurre la tecnologia in produttività diffusa resta limitata.
La prossima tappa politica sarà la Svezia, dove le elezioni autunnali costringeranno il nuovo esecutivo a definire una strategia per l’IA e il mercato del lavoro, con richieste di apprendimento permanente e di una trasformazione che non escluda i giovani. Pissarides ha auspicato una riforma dei sistemi educativi che insegni ad “apprendere ad apprendere”, combinando competenze tecniche e scienze sociali. Per l’Europa, e per l’Italia, la sfida è duplice: accelerare l’adozione dell’IA senza amplificare le disuguaglianze e preparare una forza lavoro capace di convivere con agenti autonomi, preservando il giudizio critico che nessun modello può sostituire.
| Stampa sud-est asiatica | +0.60 | aligned |
|---|---|---|
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