
Washington lancia la campagna per smantellare la Corte penale internazionale
Marco Rubio annuncia sanzioni, restrizioni sui visti e pressioni diplomatiche per indebolire il tribunale dell’Aia, accusato di minacciare la sovranità americana.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato lunedì un’offensiva diplomatica e legale su scala globale volta a «smantellare» la Corte penale internazionale (CPI). L’iniziativa, descritta dal Dipartimento di Stato come una risposta «di tutto il governo», prevede il rafforzamento delle sanzioni contro i funzionari del tribunale e le organizzazioni affiliate, la revoca dei visti, il divieto di viaggio per il personale della Corte e una pressione diretta sugli alleati affinché si ritirino dallo Statuto di Roma. Secondo fonti dell’amministrazione, nessuno strumento diplomatico sarà escluso, e i Paesi che beneficiano della protezione militare o dell’assistenza statunitense saranno chiamati a respingere pubblicamente la giurisdizione della CPI, pena un «maggiore scrutinio».
Nell’ottica di Washington, la Corte rappresenta una «minaccia intollerabile alla sovranità» perché rivendica l’autorità di perseguire cittadini americani – in particolare militari e funzionari – per fatti avvenuti sul territorio di Stati membri, come l’Afghanistan. Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato il trattato istitutivo e, secondo il segretario Rubio, la CPI sarebbe ormai «sostenuta e diretta da una potente rete di ONG di sinistra, globalisti compiaciuti e governi ostili del Terzo Mondo». L’escalation si inserisce in una sequenza di sanzioni già avviate contro magistrati e procuratori del tribunale, in risposta alle indagini sui presunti crimini di guerra commessi da forze americane e, soprattutto, ai mandati d’arresto emessi nel 2024 contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
Le reazioni internazionali disegnano un quadro frammentato. Da Tokyo, il portavoce del governo giapponese ha dichiarato che il Giappone segue «con preoccupazione» la campagna statunitense e ha ribadito il proprio sostegno alla CPI, di cui è presidente la giudice nipponica Tomoko Akane. In Europa, diversi governi restano in silenzio, ma secondo analisti di Bruxelles l’iniziativa di Washington rischia di incrinare il consenso attorno al sistema di giustizia penale internazionale, già scosso dall’uscita di Ungheria, Burkina Faso, Mali e Niger. Tre giudici della Corte – una canadese, un’ugandese e una beninese – hanno presentato a New York un ricorso contro le sanzioni, sostenendo che mirano a esercitare «pressioni extragiudiziali».
Per l’Italia, Paese fondatore della CPI e al contempo alleato NATO che ospita basi militari statunitensi, la campagna pone un dilemma diplomatico. Roma non ha ancora commentato ufficialmente, ma fonti vicine al Ministero degli Esteri fanno notare che un eventuale invito a ritirarsi dallo Statuto di Roma metterebbe a dura prova l’equilibrio tra la fedeltà atlantica e l’impegno europeo per il multilateralismo giuridico. La Corte, da parte sua, non ha rilasciato dichiarazioni, mentre il Dipartimento di Stato ha già avviato i primi contatti con le capitali alleate. La prossima verifica concreta sarà la risposta dei governi che dipendono dall’assistenza americana: il loro allineamento, o il loro rifiuto, determinerà la reale portata della campagna.
| Stampa latinoamericana | −0.80 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.60 | critical |
| Stampa sud-est asiatica | 0.00 | neutral |
Gli Stati Uniti attaccano la CPI per proteggere la propria impunità, mentre la corte indaga su crimini di guerra a Gaza e in Afghanistan.
Enfatizzando che gli USA non sono firmatari e che la CPI indaga su crimini di guerra, si crea una contrapposizione morale tra un tribunale legittimo e una superpotenza che rifiuta il diritto internazionale.
Omette la giustificazione legale statunitense secondo cui la CPI non ha giurisdizione sui non firmatari, presente nei resoconti di altri blocchi.
Washington dichiara guerra alla CPI, accusata di minacciare la sovranità americana, ma in realtà è un attacco alla giustizia internazionale.
Utilizzando un lessico bellico ('guerra', 'offensiva a tutto campo'), l'azione diplomatica viene equiparata a un conflitto, suggerendo una minaccia esistenziale per la giustizia globale.
Omette la posizione storica degli Stati Uniti contro la CPI, presente nei resoconti asiatici.
L'amministrazione statunitense annuncia una campagna per disabilitare la CPI, citando preoccupazioni di sovranità, e fa pressione sugli alleati affinché si ritirino.
Riportando le dichiarazioni ufficiali senza commento, si presenta la notizia come un fatto oggettivo, evitando di giudicare le motivazioni statunitensi.
Omette la critica morale all'azione statunitense, presente nei resoconti latinoamericani e atlantici.
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