
Vance rivendica la distruzione del nucleare iraniano mentre a Doha ripartono i colloqui indiretti
Il vicepresidente americano bolla come «tattica negoziale persiana» le smentite di Teheran, ma i colloqui tecnici proseguono sotto la mediazione del Qatar.
A Doha sono ripresi i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, in un clima segnato da dichiarazioni pubbliche contrastanti. Il vicepresidente americano JD Vance ha affermato che Washington ha già raggiunto il suo obiettivo centrale — impedire a Teheran di dotarsi di un’arma nucleare — e che il programma atomico iraniano sarebbe stato «distrutto». Secondo fonti dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti si presentano al tavolo con «tutte le carte in mano» e, anche in caso di fallimento dei negoziati, manterrebbero una posizione di forza grazie alla neutralizzazione delle capacità di arricchimento dell’uranio e dell’apparato militare convenzionale iraniano. L’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner sono giunti nella capitale qatariota per incontrare il primo ministro Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e altri mediatori, con l’obiettivo di portare avanti il dialogo sull’attuazione dell’intesa già firmata.
Da Teheran, la lettura è radicalmente diversa. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha negato che siano in programma colloqui diretti con Washington, precisando che le discussioni in corso a Doha riguardano esclusivamente l’implementazione delle clausole del memorandum d’intesa (MoU), compreso lo sblocco dei fondi iraniani congelati presso istituti qatarioti. Vance ha definito questa presa di posizione una «tattica negoziale persiana» e un «espediente retorico» di difficile comprensione, ribadendo che gli Stati Uniti giudicano l’Iran più dalle azioni che dalle parole. Nell’ottica di Washington, i colloqui tecnici già calendarizzati rappresentano la naturale prosecuzione dei negoziati avviati nelle settimane precedenti e non sono in discussione.
Il MoU, firmato elettronicamente il 18 giugno dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian e da Donald Trump con la mediazione del Pakistan, fornisce la cornice per porre fine al conflitto esploso alla fine di febbraio e per affrontare i nodi strategici ancora aperti: il programma nucleare, la revoca delle sanzioni, la riapertura completa dello Stretto di Hormuz e un nuovo assetto di sicurezza regionale. Secondo analisti mediorientali, la compresenza di negoziati tecnici e di una retorica pubblica divergente riflette la complessità di un dossier in cui entrambe le parti cercano di massimizzare la propria leva negoziale, mentre il Qatar e il Pakistan svolgono un ruolo di facilitazione.
Al momento, non è previsto alcun incontro diretto ad alto livello tra le delegazioni. I colloqui tecnici, tuttavia, proseguono come da programma, e l’amministrazione Trump ha fatto sapere di essere pronta a valutare «concessioni reali» da parte iraniana prima di ipotizzare un accordo definitivo. In assenza di progressi sul fronte diplomatico, Washington ha ribadito di conservare «molte opzioni», inclusa quella militare, ma solo al servizio di obiettivi definiti. Il dossier resta dunque in una fase di stallo apparente, in cui la sostanza dei negoziati si misura più sui dettagli tecnici dell’attuazione del MoU che sugli annunci pubblici.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Gli Stati Uniti hanno in mano tutte le carte nei colloqui con l'Iran e hanno già raggiunto l'obiettivo fondamentale di impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari. La smentita pubblica dell'Iran sui negoziati diretti viene liquidata come una deliberata tattica contrattuale persiana, mentre i colloqui tecnici proseguono come previsto. Anche in caso di fallimento della diplomazia, Washington resta in una posizione di netta superiorità.
Il vicepresidente statunitense ha liquidato la smentita iraniana sui colloqui di pace come una tattica negoziale persiana e ha confermato che le discussioni a livello tecnico sono in corso. Pur affermando che Washington ha in mano tutte le carte, ha anche avvertito che restano aperte altre opzioni in caso di fallimento della diplomazia. Le dichiarazioni trasmettono sia sicurezza che una velata minaccia di azioni alternative.
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