
Sulla scogliera di Lampedusa, il vento e la solitudine di Leone XIV
Il primo papa americano ha scelto l’isola delle tombe senza nome per chiedere all’Europa un’accoglienza che integri, mentre gli Stati Uniti celebravano il 4 luglio.
La tonaca bianca sbatteva contro le gambe, il vento di scirocco piegava l’erba rada sulla scogliera. Leone XIV era solo, lo sguardo fisso sul Mediterraneo che da lì, dalla «Porta d’Europa» di Lampedusa, appare come una lastra di ardesia increspata. Pochi minuti prima si era raccolto in preghiera davanti alle tombe numerate del cimitero, dove riposano i corpi senza nome di centinaia di migranti. Poi, con un gesto che ha sorpreso anche i suoi accompagnatori, ha preso per mano due bambini di una famiglia appena sbarcata e si è fermato accanto alla madre incinta, sotto il monumento di Mimmo Paladino che da trent’anni guarda verso l’Africa.
La visita, durata una manciata di ore nel mattino del 4 luglio, ha avuto la precisione simbolica di un cesello. Mentre Washington si preparava ai fuochi d’artificio per i duecentocinquant’anni dell’Indipendenza, il primo pontefice nato negli Stati Uniti atterrava sull’isola che per l’Italia e per l’Europa è diventata il crocevia più doloroso delle migrazioni. Lampedusa, 20 chilometri quadrati di roccia semiarida a 145 chilometri dalla Tunisia, è insieme approdo e cimitero: nel 2013 più di 360 persone vi persero la vita in un unico naufragio, e da allora il numero delle vittime della rotta del Mediterraneo centrale – la più letale del pianeta, con oltre 1.330 morti o dispersi solo l’anno scorso – non ha smesso di crescere. La scelta di Leone XIV è apparsa tanto più eloquente perché giunta a due settimane dall’approvazione, da parte dell’Unione Europea, di nuove norme che ampliano i poteri di detenzione e autorizzano la creazione di centri di espulsione al di fuori dei confini comunitari.
«Da questo lembo estremo d’Europa si percepisce con chiarezza la sfida epocale che il fenomeno migratorio pone alle nostre società», ha detto il papa durante la messa celebrata in un campo sportivo, davanti a pescatori, operatori umanitari e migranti. «L’Europa è capace di affrontare la crisi in modo complessivo, integrando gli sforzi immediati di soccorso in un piano strategico di lungo periodo che sappia accogliere, proteggere, sostenere e integrare». Parole che, secondo gli osservatori di Bruxelles, suonano come una risposta diretta alla torsione securitaria del dibattito continentale, sempre più incentrato – per usare l’espressione del portavoce dell’Unhcr Filippo Ungaro – «su frontiere e deterrenza piuttosto che su protezione e responsabilità condivisa». Non meno esplicito il messaggio rivolto oltre Atlantico: nei mesi scorsi il pontefice aveva definito «disumano» il trattamento riservato ai migranti dall’amministrazione Trump, e il giorno precedente, in un discorso per l’anniversario americano, aveva ricordato come «ondate successive di immigrati» abbiano plasmato il futuro del Paese.
La visita ha riattivato la memoria di un altro viaggio, quello di Francesco nel 2013, che proprio a Lampedusa scelse di recarsi subito dopo l’elezione. Leone XIV ne ha benedetto la targa commemorativa sul molo dove approdano i superstiti, quasi a voler riannodare un filo che lega due pontificati sotto il segno della difesa dei più vulnerabili. Il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago e amico personale del papa, ha confidato che il gesto aveva un carattere «personale»: Leone, come tanti americani, viene da una famiglia di immigrati. E l’arcivescovo di New York, Ronald Hicks, ha aggiunto che il pontefice «solleva domande che tutti dovremmo porci: come trattiamo chi arriva? Come ci vediamo fratelli e sorelle?».
Sull’isola che conta seimila abitanti e ha visto sbarcare, nei primi sei mesi dell’anno, più di 14.000 persone – quasi il 60% di tutti gli arrivi in Italia – la giornata si è chiusa con un’immagine che resterà. Non la messa, non i discorsi, ma quel corpo esile in piedi sulla roccia, la schiena curva sotto il vento, lo sguardo perso su un mare che inghiotte vite e restituisce speranze. Un uomo solo, venuto da lontano, a ricordare che le frontiere sono linee tracciate sulla carta, mentre il dolore non ha passaporto.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La visita di Papa Leone XIV a Lampedusa, punto di transito chiave per i migranti africani, è avvenuta mentre sia gli Stati Uniti che l'UE stavano inasprendo i loro regimi di immigrazione. Il resoconto ha contestualizzato il viaggio nell'ambito delle recenti norme UE sulla detenzione e l'espulsione, e dei precedenti scontri del Papa con l'amministrazione Trump, senza offrire un sostegno o una critica espliciti. L'inquadramento è rimasto distaccato e pragmatico, presentando l'evento come un gesto diplomatico degno di nota in un contesto di politiche occidentali in evoluzione.
Papa Leone XIV ha reso omaggio alle migliaia di migranti senza nome sepolti a Lampedusa, trasformando il cimitero dell'isola in un potente simbolo del fallimento dell'Europa nel proteggere la vita umana. La sua visita, nel giorno in cui gli Stati Uniti celebrano l'indipendenza, è stata un rimprovero diretto alle politiche di esclusione che si moltiplicano in Occidente. La presenza del pontefice ha ricordato che dietro ogni statistica migratoria c'è una storia personale di sofferenza e speranza.
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