
Trump minaccia un ponte o una centrale per ogni nave colpita: escalation nello Stretto di Hormuz
Il presidente americano fissa una rappresaglia automatica contro infrastrutture civili iraniane, mentre il conflitto si allarga al Mar Rosso e i prezzi del petrolio salgono oltre 94 dollari.
Con un messaggio sulla piattaforma Truth Social, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che d’ora in avanti, per ogni attacco iraniano contro una nave in transito nello Stretto di Hormuz, le forze armate americane «bombarderanno e distruggeranno un ponte o una centrale elettrica», compresi obiettivi situati accanto o dentro la capitale Teheran. La minaccia, formulata nella notte tra martedì e mercoledì, arriva dopo undici notti consecutive di raid statunitensi sul territorio iraniano e mentre la Guardia rivoluzionaria rivendica nuovi attacchi contro basi americane in Giordania, Kuwait e Bahrein.
Secondo fonti diplomatiche a Washington, la dichiarazione presidenziale intende fissare una regola di ingaggio automatica e pubblica, che sposta esplicitamente la risposta militare su infrastrutture civili. Da Teheran, il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha replicato che simili minacce violano il diritto internazionale, mentre il comando militare Khatam Al-Anbiya ha avvertito che un attacco al sito di Kolang – indicato dall’intelligence occidentale come possibile impianto nucleare non dichiarato – sarebbe considerato «un’espansione della guerra». L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), per voce del direttore generale Rafael Grossi, ha ribadito che gli ispettori «dovrebbero già essere presenti» in Iran per verificare la consistenza delle scorte di uranio arricchito.
Per l’Europa e in particolare per l’Italia, l’escalation nello Stretto di Hormuz – da cui in tempo di pace transitava un quinto del petrolio e del gas commercializzati nel mondo – ha conseguenze dirette. Il greggio Brent ha superato i 94 dollari al barile, il livello più alto da inizio giugno, e i prezzi dei carburanti sono in risalita mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato americane. Analisti economici con base a Bruxelles segnalano che il combinato disposto del blocco iraniano e delle minacce degli Houthi yemeniti contro il naviglio saudita nel Mar Rosso sta mettendo sotto pressione due delle principali arterie del commercio energetico globale, con effetti a catena sui costi di trasporto e sulle bollette delle famiglie europee.
Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele che uccise la Guida suprema Ali Khamenei, ha già superato i cinque mesi e, secondo il Pentagono, è costato 37,5 miliardi di dollari. Un’intesa preliminare di cessate il fuoco, raggiunta il 17 giugno, è naufragata dopo poche settimane proprio sul nodo del controllo dello Stretto. Il segretario di Stato Marco Rubio, a margine di un vertice dell’Asean a Manila, ha dichiarato che Washington resta aperta a una soluzione negoziata, ma ha accusato Teheran di non mostrare serietà. Da parte iraniana, fonti vicine al ministero degli Esteri affermano che i contatti diplomatici attraverso mediatori proseguono, sebbene senza progressi visibili.
Sul tavolo restano aperti tutti i dossier: la riapertura della via d’acqua, il destino del programma nucleare iraniano e la tenuta degli equilibri regionali, mentre l’amministrazione Trump ha appena approvato un accordo di cooperazione nucleare civile con l’Arabia Saudita che non include il cosiddetto “gold standard” di ispezioni. La prossima verifica attesa è la reazione del Congresso americano a quest’ultima intesa, mentre sul terreno i comandi militari di entrambe le parti non mostrano segnali di de-escalation.
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