
Trump minaccia di distruggere ponti e centrali in Iran, petrolio oltre 95 dollari
L'ultimatum lanciato su Truth Social innesca una pericolosa escalation con Teheran, mentre lo Stretto di Ormuz resta bloccato e i mercati energetici globali tremano.
Con un messaggio sulla sua piattaforma Truth Social, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di bombardare e distruggere «un ponte o una centrale elettrica» in Iran – compresi quelli vicini o dentro la capitale Teheran – per ogni attacco contro navi mercantili nello Stretto di Ormuz. La replica di Teheran non si è fatta attendere: il comando militare congiunto ha avvertito che qualsiasi aggressione alle infrastrutture iraniane scatenerà ritorsioni contro gli impianti petroliferi, del gas ed elettrici dell’intera regione, bloccando «anche una sola goccia di petrolio». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito la dottrina «occhio per occhio», promettendo una risposta «potente e decisiva».
La minaccia ha immediatamente scosso i mercati energetici. Il Brent, riferimento internazionale del greggio, ha superato i 95 dollari al barile, il livello più alto in quasi sei settimane, mentre negli Stati Uniti la benzina ha varcato la soglia dei 4 dollari al gallone. Lo Stretto di Ormuz, da cui transitava prima del conflitto circa un quinto del commercio mondiale di idrocarburi, è di fatto paralizzato dal blocco imposto da Teheran, che consente un unico corridoio di navigazione sotto il proprio controllo. A questo si aggiunge la minaccia dei ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, di chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb alle petroliere saudite, costringendo diverse navi a invertire la rotta e mettendo a rischio le esportazioni di greggio dal porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, che dipendono in misura significativa dalle rotte mediorientali, l’impennata dei prezzi rischia di tradursi in un nuovo shock inflazionistico e in un aggravamento della crisi del costo della vita.
L’escalation si inserisce in un conflitto che dura dalla fine di febbraio, quando raid israelo-americani hanno colpito l’Iran, e che ha visto il crollo di una fragile tregua a giugno. Da allora, per undici notti consecutive, le forze statunitensi hanno condotto bombardamenti su obiettivi militari iraniani, mentre Teheran ha risposto con attacchi a infrastrutture strategiche in Kuwait, Bahrein e Giordania. Secondo fonti del Pentagono, il costo della guerra ha già raggiunto i 37,5 miliardi di dollari, con una richiesta di ulteriori 67 miliardi al Congresso. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che Washington resta aperta a una soluzione negoziata, ma ha aggiunto che l’Iran «non sembra prendere la cosa sul serio». Trump, dal canto suo, ha escluso per ora un incontro, affermando che Teheran «non è pronta» per un accordo, pur lasciando intendere che lo sarà «molto presto». L’Iran, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri, sostiene che contatti indiretti tramite mediatori sono ancora in corso.
La comunità internazionale osserva con crescente allarme. Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha definito «inaccettabili» gli attacchi contro obiettivi civili, ricordando i limiti imposti dal diritto internazionale. I Paesi del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa, premono per una de-escalation, ma fonti diplomatiche arabe ammettono che le prospettive di una tregua appaiono sempre più remote. Nel frattempo, Trump ha anche minacciato di colpire il sito sotterraneo di Kuhe Kolang, vicino a Natanz, che secondo i servizi occidentali ospiterebbe un impianto di arricchimento dell’uranio non dichiarato – accusa che Teheran respinge come «pretesto inventato per l’aggressione». Con le elezioni di metà mandato americane all’orizzonte e un conflitto che ha già causato decine di morti civili e 18 caduti tra le fila statunitensi, la pressione interna su Trump cresce, ma la macchina bellica non accenna a fermarsi. La prossima mossa, stando alle dichiarazioni di entrambe le parti, sarà probabilmente un’ulteriore escalation militare, mentre la diplomazia resta in un vicolo cieco.
| Stampa europea continentale | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
| Stampa latinoamericana | −0.60 | critical |
L'Europa chiede moderazione e de-escalation, sottolineando l'importanza della stabilità nello Stretto di Ormuz.
Usando un tono asciutto e fattuale senza aggettivi valoriali, il blocco normalizza la minaccia di Trump come un evento geopolitico di routine.
Omette l'impatto economico globale e il costo della guerra per gli Stati Uniti, evidenziati in altri blocchi.
Gli Stati Uniti devono considerare il costo umano ed economico di questa escalation, mentre l'Iran minaccia di bloccare il flusso di petrolio.
Ripetendo il numero di notti consecutive di bombardamenti e il costo di 37 miliardi di dollari, il blocco crea un senso di stanchezza bellica e urgenza.
Non approfondisce le motivazioni iraniane per gli attacchi alle navi né la possibilità di una soluzione diplomatica.
L'America Latina e il mondo pagano il prezzo della guerra di Trump: l'aumento del petrolio colpisce più duramente le economie emergenti.
Collegando direttamente la minaccia di Trump all'impennata dei prezzi del petrolio e al costo di 37 miliardi di dollari, il blocco trasforma il conflitto in una questione di interesse economico personale per il lettore.
Omette le provocazioni iraniane o la possibilità che l'Iran abbia attaccato per primo le navi, e non menziona le posizioni diplomatiche statunitensi.
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