
Teheran rivendica la distruzione di 11 velivoli USA: lo stallo della tregua
La Guardia Rivoluzionaria iraniana diffonde un dettagliato bilancio dei danni inflitti alle forze americane in due settimane di scontri, mentre Washington rivede le cifre delle proprie perdite e la guerra verbale si intensifica.
Secondo un comunicato diffuso dal portavoce della Guardia Rivoluzionaria iraniana (IRGC), il generale Hossein Mohebi, le forze armate di Teheran avrebbero distrutto, tra l’8 e il 22 luglio, undici tra caccia ed elicotteri statunitensi al suolo, oltre a decine di infrastrutture radar, logistiche e di comando in varie basi della regione. L’annuncio, ripreso dall’agenzia Tasnim, giunge al termine di un ciclo di attacchi incrociati seguiti alla rottura della tregua mediata ad aprile, e include anche la distruzione di 17 droni da ricognizione e combattimento, un F-15 dentro un hangar corazzato, un pattugliatore P-8, un cargo C-17 e otto aerocisterne. Lo stesso rapporto quantifica in oltre duecento i militari americani uccisi nelle ultime due settimane, una cifra che Teheran contrappone alle statistiche ufficiali del Pentagono.
Le autorità militari statunitensi non hanno confermato il dettaglio delle perdite denunciate dall’Iran, e hanno anzi ridotto il numero dei caduti americani riconosciuti da 18 a 14, attribuendo la variazione a un’anomalia temporanea del sito web del Dipartimento della Difesa. Il presidente Donald Trump, tuttavia, ha continuato a citare il dato iniziale di 18 decessi, alimentando un clima di opacità. Da parte iraniana, il generale Mohammad Akraminia ha dichiarato alla televisione di Stato che “quasi tutte le infrastrutture USA a Erbil sono state annientate” grazie all’impiego di una nuova generazione di droni da attacco più precisi del modello Arash-2, e che Teheran è pronta a proseguire le operazioni finché Washington non abbandonerà quella che definisce un’aggressione.
Le rivendicazioni di Teheran, se verificate, segnerebbero un salto qualitativo nella capacità iraniana di degradare gli assetti americani dispiegati in Medio Oriente. In particolare, la distruzione di almeno otto droni MQ-9A Reaper nella sola base giordana di Muwaffaq Salti, come riportato da analisti che citano fonti aperte e militari USA, ridurrebbe la flotta operativa di questi velivoli a non più di due esemplari, a fronte di un tasso di rimpiazzo di appena tre unità l’anno. Parallelamente, le incursioni contro i sistemi radar Patriot e i centri di comando e controllo minerebbero l’architettura difensiva regionale di Washington, già messa sotto pressione dagli attacchi simultanei in Kuwait, Bahrain e Qatar, oltre che nel Kurdistan iracheno. L’ombra di un blocco dello Stretto di Hormuz, minacciato da Teheran in caso di escalation, e l’invio ventilato di truppe di terra americane aggiungono elementi di instabilità sistemica che impattano direttamente gli interessi energetici e di sicurezza dell’Europa e dell’Italia, tradizionalmente esposte alle turbolenze del Golfo.
Dopo tredici giorni consecutivi di bombardamenti, l’amministrazione Trump avrebbe sospeso gli attacchi nella notte, ma fonti statunitensi non escludono nuove operazioni. I colloqui avviati sotto l’egida di mediatori regionali restano in una fase interlocutoria: il presidente americano ha dichiarato di non ritenere l’Iran “pronto” a un accordo di pace definitivo, mentre proseguono i contatti tecnici. Sul terreno, l’abbattimento di un drone nei pressi del consolato americano a Erbil e gli attacchi degli Houthi yemeniti a petroliere che avrebbero violato il blocco navale iraniano confermano una conflittualità multidimensionale e difficilmente contenibile. La comunità internazionale osserva con apprensione, nella consapevolezza che un errore di calcolo potrebbe allargare il conflitto ben oltre i confini attuali.
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