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Economia e Mercatidomenica 26 luglio 2026

Teheran sfida il blocco: 18 miliardi di dollari in petrolio venduti durante la guerra con gli Usa

Il ministero iraniano comunica ricavi inattesi che coprono oltre il 60% del budget annuale, smentendo le precedenti dichiarazioni sullo stop alle esportazioni.

Il ministero del Petrolio iraniano ha comunicato di aver incassato 18 miliardi di dollari dalla vendita di greggio durante i cinque mesi di conflitto con gli Stati Uniti e Israele, una cifra che contraddice la narrazione di un export azzerato dal blocco navale americano. Secondo il comunicato ufficiale, 11,5 miliardi sono stati realizzati nella fase dei combattimenti – iniziati il 28 febbraio con i raid su territorio iraniano – e 6,5 miliardi durante la tregua entrata in vigore ad aprile e collassata all’inizio di luglio. L’importo equivale a più del 60% delle entrate petrolifere previste nella legge di bilancio annuale, un flusso di cassa vitale per sostenere lo sforzo bellico e la macchina statale in piena crisi.

Il dato appare in netto contrasto con le dichiarazioni di fine giugno del capo negoziatore e presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, che aveva sostenuto l’impossibilità di esportare «un solo barile» a causa del blocco imposto dalla Marina statunitense sugli scali iraniani. Fonti del settore energetico e analisti di Pechino spiegano la discrepanza con il ricorso a rotte alternative, a compratori strategici e a un’intelaiatura logistica già rodata negli anni delle sanzioni, capace di tenere aperti canali commerciali anche in condizioni di guerra aperta.

La Cina resta il principale acquirente del greggio iraniano, secondo le stime delle società di monitoraggio del traffico petrolifero. Questo asse commerciale ha consentito a Teheran di preservare un’indispensabile fonte di valuta pregiata, sebbene i volumi restino fortemente condizionati dalla pressione delle sanzioni americane e dalle condizioni di sicurezza nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio globale di idrocarburi. La riapertura delle ostilità a luglio ha già innescato nuovi attacchi a navi mercantili, un incremento della presenza militare nel Golfo, un rialzo dei costi assicurativi e dei noli, e una conseguente volatilità dei prezzi internazionali del barile.

Per l’Italia e l’Europa, la posta in gioco è duplice: la stabilità delle forniture e l’evoluzione dei listini energetici. Ogni interruzione prolungata del traffico attraverso Hormuz – dove prima del conflitto transitava circa un quinto del greggio mondiale – si rifletterebbe sui costi dell’energia e sui bilanci delle famiglie. I prossimi sviluppi dipendono dall’evolversi dello scontro per il controllo dello Stretto e dalle decisioni di Washington sul regime dei blocchi: qualsiasi inasprimento rischia di comprimere ulteriormente l’export iraniano, con effetti a catena su inflazione e crescita dei paesi importatori.

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domenica 26 luglio 2026

Teheran sfida il blocco: 18 miliardi di dollari in petrolio venduti durante la guerra con gli Usa

Il ministero iraniano comunica ricavi inattesi che coprono oltre il 60% del budget annuale, smentendo le precedenti dichiarazioni sullo stop alle esportazioni.

Il ministero del Petrolio iraniano ha comunicato di aver incassato 18 miliardi di dollari dalla vendita di greggio durante i cinque mesi di conflitto con gli Stati Uniti e Israele, una cifra che contraddice la narrazione di un export azzerato dal blocco navale americano. Secondo il comunicato ufficiale, 11,5 miliardi sono stati realizzati nella fase dei combattimenti – iniziati il 28 febbraio con i raid su territorio iraniano – e 6,5 miliardi durante la tregua entrata in vigore ad aprile e collassata all’inizio di luglio. L’importo equivale a più del 60% delle entrate petrolifere previste nella legge di bilancio annuale, un flusso di cassa vitale per sostenere lo sforzo bellico e la macchina statale in piena crisi.

Il dato appare in netto contrasto con le dichiarazioni di fine giugno del capo negoziatore e presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, che aveva sostenuto l’impossibilità di esportare «un solo barile» a causa del blocco imposto dalla Marina statunitense sugli scali iraniani. Fonti del settore energetico e analisti di Pechino spiegano la discrepanza con il ricorso a rotte alternative, a compratori strategici e a un’intelaiatura logistica già rodata negli anni delle sanzioni, capace di tenere aperti canali commerciali anche in condizioni di guerra aperta.

La Cina resta il principale acquirente del greggio iraniano, secondo le stime delle società di monitoraggio del traffico petrolifero. Questo asse commerciale ha consentito a Teheran di preservare un’indispensabile fonte di valuta pregiata, sebbene i volumi restino fortemente condizionati dalla pressione delle sanzioni americane e dalle condizioni di sicurezza nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio globale di idrocarburi. La riapertura delle ostilità a luglio ha già innescato nuovi attacchi a navi mercantili, un incremento della presenza militare nel Golfo, un rialzo dei costi assicurativi e dei noli, e una conseguente volatilità dei prezzi internazionali del barile.

Per l’Italia e l’Europa, la posta in gioco è duplice: la stabilità delle forniture e l’evoluzione dei listini energetici. Ogni interruzione prolungata del traffico attraverso Hormuz – dove prima del conflitto transitava circa un quinto del greggio mondiale – si rifletterebbe sui costi dell’energia e sui bilanci delle famiglie. I prossimi sviluppi dipendono dall’evolversi dello scontro per il controllo dello Stretto e dalle decisioni di Washington sul regime dei blocchi: qualsiasi inasprimento rischia di comprimere ulteriormente l’export iraniano, con effetti a catena su inflazione e crescita dei paesi importatori.

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