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Trump chiede 88 miliardi al Congresso per la guerra in Iran, lo scontro sui poteri bellici blocca i democratici

La Casa Bianca formalizza la richiesta di fondi supplementari in gran parte destinati al Pentagono e alla rimozione del materiale nucleare iraniano, mentre al Senato si consolida la frattura bipartisan.

L’Amministrazione Trump ha trasmesso al Congresso una richiesta di stanziamento supplementare da 87,6 miliardi di dollari, destinata in misura prevalente a coprire i costi dell’operazione «Epic Fury» contro l’Iran. Secondo la lettera firmata dal direttore dell’Ufficio per la gestione e il bilancio Russell Vought e indirizzata allo speaker della Camera Mike Johnson, 67,1 miliardi andrebbero al Pentagono: 21 per ricostituire le scorte di munizioni, 17,3 per le spese operative, 12,1 per programmi classificati e ulteriori fondi per droni, cybersicurezza e una rete satellitare di sorveglianza. Il pacchetto include anche 11 miliardi di aiuti agli agricoltori statunitensi, 1,4 per contrastare l’epidemia di Ebola in Africa centrale e circa 300 milioni per la sicurezza delle sedi diplomatiche in Medio Oriente e Asia meridionale.

La richiesta arriva in un clima di aperto conflitto istituzionale. Poche ore prima, il Senato aveva approvato una risoluzione – con il voto di quattro repubblicani schierati con i democratici – per limitare i poteri bellici del presidente, definita da Trump «inopportuna e inutile». Dopo un incontro teso con i senatori del suo partito e un intervento del vicepresidente J.D. Vance, una seconda risoluzione analoga è stata bloccata grazie al cambio di voto di due repubblicani. Fonti del Congresso riferiscono che la leadership democratica, con Chuck Schumer e Patty Murray, considera la guerra «sconsiderata» e accusa l’amministrazione di voler scaricare sui contribuenti il costo di un conflitto mai autorizzato. Per passare al Senato, il provvedimento ha bisogno di sessanta voti: senza un’apertura da parte democratica, il percorso appare sbarrato.

Un capitolo specifico della richiesta, pari a 672 milioni di dollari, è dedicato alla rimozione dei materiali nucleari iraniani – tra cui uranio altamente arricchito ed esafluoruro di uranio – e al finanziamento di attività di verifica e ispezione. Secondo analisti europei, questa voce di spesa è strettamente legata al negoziato in corso per tradurre il memorandum d’intesa sul cessate il fuoco in un accordo definitivo. Bruxelles e le capitali europee seguono con attenzione la partita, perché il destino dello stock di uranio arricchito e il ruolo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica toccano direttamente l’architettura di non proliferazione. Teheran, da parte sua, ha finora escluso ispezioni straordinarie, subordinandole a un’intesa finale.

La Casa Bianca insiste sulla necessità di ricostituire gli arsenali e di consolidare la tregua, ma il voto al Congresso resta incerto. L’amministrazione sta premendo sui legislatori repubblicani, mentre i democratici subordinano ogni sostegno a garanzie sul controllo parlamentare delle operazioni militari. La discussione sul finanziamento si intreccia così con il negoziato nucleare e con la tenuta della maggioranza al Senato, in un anno che avvicina le elezioni di metà mandato e che vede l’opinione pubblica statunitense in larga parte contraria al conflitto.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa russa e CSIStampa europea continentale
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ScetticismoDistacco

L'amministrazione statunitense ha chiesto al Congresso miliardi supplementari per coprire i costi dell'operazione militare contro l'Iran, con una parte significativa destinata al rifornimento di munizioni e alle spese operative. La richiesta è presentata come una questione di bilancio ordinaria, sebbene sottolinei la portata dell'impegno del Pentagono.

Stampa europea continentale/ Mediterranea
IndignazioneUrgenza

La richiesta della Casa Bianca di quasi 88 miliardi di dollari è vista come una sfida diretta al Congresso, giunta appena un giorno dopo una risoluzione bipartisan che mirava a limitare i poteri di guerra del presidente. La mossa è interpretata come un gesto di sfida di Trump, che ha bollato la risoluzione come inopportuna e inutile, intensificando lo scontro politico.

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giovedì 25 giugno 2026

Trump chiede 88 miliardi al Congresso per la guerra in Iran, lo scontro sui poteri bellici blocca i democratici

La Casa Bianca formalizza la richiesta di fondi supplementari in gran parte destinati al Pentagono e alla rimozione del materiale nucleare iraniano, mentre al Senato si consolida la frattura bipartisan.

L’Amministrazione Trump ha trasmesso al Congresso una richiesta di stanziamento supplementare da 87,6 miliardi di dollari, destinata in misura prevalente a coprire i costi dell’operazione «Epic Fury» contro l’Iran. Secondo la lettera firmata dal direttore dell’Ufficio per la gestione e il bilancio Russell Vought e indirizzata allo speaker della Camera Mike Johnson, 67,1 miliardi andrebbero al Pentagono: 21 per ricostituire le scorte di munizioni, 17,3 per le spese operative, 12,1 per programmi classificati e ulteriori fondi per droni, cybersicurezza e una rete satellitare di sorveglianza. Il pacchetto include anche 11 miliardi di aiuti agli agricoltori statunitensi, 1,4 per contrastare l’epidemia di Ebola in Africa centrale e circa 300 milioni per la sicurezza delle sedi diplomatiche in Medio Oriente e Asia meridionale.

La richiesta arriva in un clima di aperto conflitto istituzionale. Poche ore prima, il Senato aveva approvato una risoluzione – con il voto di quattro repubblicani schierati con i democratici – per limitare i poteri bellici del presidente, definita da Trump «inopportuna e inutile». Dopo un incontro teso con i senatori del suo partito e un intervento del vicepresidente J.D. Vance, una seconda risoluzione analoga è stata bloccata grazie al cambio di voto di due repubblicani. Fonti del Congresso riferiscono che la leadership democratica, con Chuck Schumer e Patty Murray, considera la guerra «sconsiderata» e accusa l’amministrazione di voler scaricare sui contribuenti il costo di un conflitto mai autorizzato. Per passare al Senato, il provvedimento ha bisogno di sessanta voti: senza un’apertura da parte democratica, il percorso appare sbarrato.

Un capitolo specifico della richiesta, pari a 672 milioni di dollari, è dedicato alla rimozione dei materiali nucleari iraniani – tra cui uranio altamente arricchito ed esafluoruro di uranio – e al finanziamento di attività di verifica e ispezione. Secondo analisti europei, questa voce di spesa è strettamente legata al negoziato in corso per tradurre il memorandum d’intesa sul cessate il fuoco in un accordo definitivo. Bruxelles e le capitali europee seguono con attenzione la partita, perché il destino dello stock di uranio arricchito e il ruolo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica toccano direttamente l’architettura di non proliferazione. Teheran, da parte sua, ha finora escluso ispezioni straordinarie, subordinandole a un’intesa finale.

La Casa Bianca insiste sulla necessità di ricostituire gli arsenali e di consolidare la tregua, ma il voto al Congresso resta incerto. L’amministrazione sta premendo sui legislatori repubblicani, mentre i democratici subordinano ogni sostegno a garanzie sul controllo parlamentare delle operazioni militari. La discussione sul finanziamento si intreccia così con il negoziato nucleare e con la tenuta della maggioranza al Senato, in un anno che avvicina le elezioni di metà mandato e che vede l’opinione pubblica statunitense in larga parte contraria al conflitto.

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Stampa russa e CSI/ Statale
ScetticismoDistacco

L'amministrazione statunitense ha chiesto al Congresso miliardi supplementari per coprire i costi dell'operazione militare contro l'Iran, con una parte significativa destinata al rifornimento di munizioni e alle spese operative. La richiesta è presentata come una questione di bilancio ordinaria, sebbene sottolinei la portata dell'impegno del Pentagono.

Stampa europea continentale/ Mediterranea
IndignazioneUrgenza

La richiesta della Casa Bianca di quasi 88 miliardi di dollari è vista come una sfida diretta al Congresso, giunta appena un giorno dopo una risoluzione bipartisan che mirava a limitare i poteri di guerra del presidente. La mossa è interpretata come un gesto di sfida di Trump, che ha bollato la risoluzione come inopportuna e inutile, intensificando lo scontro politico.

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