
La bandiera sventola su Buckingham Palace, ma il re non ci abiterà più
Carlo III rinuncia alla residenza ufficiale dei monarchi britannici dopo quasi due secoli, per aprire il palazzo al pubblico e svela per la prima volta le sue tasse.
Giovedì scorso, mentre il rapporto finanziario annuale della casa reale veniva diffuso, lo stendardo del sovrano sventolava come sempre sul tetto di Buckingham Palace. Eppure, dentro quelle 775 stanze non c’era il re, né la regina. Carlo III e Camilla non vi avevano dormito neppure una notte dal 2019, e ora hanno deciso che non lo faranno mai più. L’annuncio, affidato al tesoriere di corte James Chalmers, ha il tono di una svolta silenziosa: dopo il restauro decennale da 369 milioni di sterline, il palazzo non tornerà a essere una casa, ma resterà il quartier generale cerimoniale e operativo della monarchia. «Una scelta meditata, per aumentare le opportunità di accesso pubblico», ha spiegato un portavoce, mentre il re e la regina continueranno a vivere nella vicina Clarence House, dove Carlo risiede dal 2003.
La decisione spezza una tradizione che durava dal 1837, quando la regina Vittoria fece di Buckingham Palace la sede ufficiale della corte. Per quasi due secoli, l’edificio neoclassico affacciato sul Mall è stato il cuore domestico e simbolico della Corona, il luogo dove i sovrani ricevevano capi di Stato, crescevano i figli e si ritiravano nelle ore private. Oggi, secondo gli analisti britannici, quel modello appartiene a un’epoca conclusa. Carlo, che a fine 2026 compirà 78 anni, non ha mai nascosto un legame più intimo con Clarence House, la residenza della Regina Madre dove ha costruito la sua vita londinese. «Ha sempre sentito che quella fosse la sua vera casa», ha commentato la giornalista e commentatrice reale Afua Hagan, cogliendo un sentimento diffuso tra gli osservatori della famiglia reale.
La scelta ha una dimensione pubblica che tocca da vicino anche l’Europa continentale. Buckingham Palace accoglie ogni anno circa 700.000 visitatori, una quota significativa dei quali proviene dall’Italia e dagli altri paesi europei. Con il re in residenza fissa, le misure di sicurezza avrebbero limitato aree e orari di accesso; ora, invece, la casa reale promette di ampliare le visite guidate e gli eventi aperti. Per i turisti italiani, che affollano le state rooms durante i mesi estivi, si profila un’esperienza più ricca, in un palazzo che da dimora privata si trasforma definitivamente in monumento vivente. Non è un caso che il portavoce abbia parlato di «massimizzare il beneficio nazionale di un edificio finanziato con fondi pubblici»: un linguaggio che risuona con le sensibilità repubblicane e trasparenti dell’Europa settentrionale, ma che trova eco anche nel dibattito italiano sul destino delle residenze storiche.
Lo stesso giorno, il sovrano ha reso pubblica per la prima volta la propria dichiarazione dei redditi: 12,9 milioni di sterline versate all’erario nel 2024-25, una cifra che lo colloca tra i cento maggiori contribuenti del Regno Unito. Un gesto volontario, non imposto dalla legge, che prosegue la strada aperta da Elisabetta II nel 1992 e che ora si inserisce in una strategia di maggiore trasparenza finanziaria. Anche il principe William ha diffuso i suoi dati fiscali, mentre il Sovereign Grant – il finanziamento pubblico alla monarchia – subirà un taglio nel 2027-28, scendendo a 100 milioni di sterline. Secondo gli osservatori di Bruxelles, questa svolta contabile avvicina la Corona britannica agli standard di accountability già adottati da altre case reali europee, come quella olandese e svedese, e risponde alle critiche crescenti seguite alla scomparsa della regina Elisabetta.
Buckingham Palace non sarà più una reggia abitata, ma continuerà a pulsare di attività: ricevimenti, udienze agli ambasciatori, feste nei giardini. Il re e la regina conserveranno alcune stanze private dove ritirarsi durante la giornata lavorativa, «un possibile alloggio per il futuro», ha precisato Chalmers. L’immagine che resta è quella di uno stendardo che sventola su un palazzo senza più un sonno regale, un’icona che si svuota della domesticità per riempirsi di pubblico, mentre la monarchia cerca un nuovo equilibrio tra eredità e accessibilità.
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Re Carlo ha deciso di non risiedere a Buckingham Palace dopo una ristrutturazione costata 370 milioni di sterline, rompendo una tradizione secolare. La scelta solleva interrogativi sulla gestione finanziaria della monarchia e sui tagli ai fondi pubblici. Si tratta di un gesto pragmatico, ma anche di un segnale di una monarchia sotto pressione economica.
La decisione di re Carlo di non abitare a Buckingham Palace viene presentata come un'apertura al pubblico, con un maggiore accesso al palazzo storico. Il trasferimento a Clarence House è descritto come una scelta moderna e vicina alla gente. L'enfasi è sul beneficio per i visitatori e su una monarchia più accessibile.
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