
Londra, l’ennesima crisi di governo e la lezione globale sulla leadership
Le dimissioni di Keir Starmer dopo meno di due anni aprono la corsa alla successione e riaccendono il dibattito sulla stabilità delle democrazie occidentali, con riflessi diretti sull’Italia.
L’annuncio delle dimissioni del primo ministro britannico Keir Starmer, a meno di due anni dall’ingresso a Downing Street, ha innescato una corsa lampo alla guida del Partito Laburista che consegnerà al Regno Unito il quarto premier in un quinquennio. Il favorito alla successione, Andy Burnham, sindaco di Greater Manchester rientrato in Parlamento da pochi giorni, incarna la speranza di una parte del partito di arginare l’avanzata del populismo di destra di Nigel Farage. Secondo fonti vicine ai laburisti, la sua investitura dovrebbe concludersi entro il 17 luglio, restituendo al governo una parvenza di stabilità dopo settimane di scontri interni che hanno visto il ministro dell’Immigrazione Mike Tapp sfidare apertamente la linea del ministro dell’Interno Shabana Mahmood sulle regole per i lavoratori stranieri, con Downing Street costretta a respingere le richieste di licenziamento.
La crisi di governo viene letta dalle opposizioni come il sintomo di una debolezza strutturale. La leader conservatrice Kemi Badenoch ha attribuito le dimissioni di Starmer non solo ai suoi errori, ma all’incapacità dei deputati laburisti di sostenere scelte impopolari, citando il cancelliere dello Scacchiere e il segretario all’Energia come ministri che avrebbero «deluso» il premier. Da Bruxelles e da altre capitali europee, il rapido avvicendamento di primi ministri britannici – da Boris Johnson a Liz Truss, da Rishi Sunak a Starmer – viene osservato con crescente preoccupazione per la tenuta dell’alleanza transatlantica, già messa alla prova da una Casa Bianca che privilegia rapporti personali e transazionali. In netto contrasto, dalla prospettiva di Nairobi si sottolinea come il Regno Unito, pur non avendo limiti costituzionali di mandato, pratichi un ricambio di leadership pacifico e ordinato, fondato sulla vitalità delle idee più che sul conteggio degli anni, offrendo una lezione indiretta ai paesi africani ossessionati dal dibattito sui termini.
Le implicazioni superano la cronaca parlamentare. Osservatori italiani, a partire dall’analisi pubblicata da La Stampa, inquadrano l’episodio dentro una tendenza più ampia: l’anarchia globale generata dal tramonto dell’egemone statunitense e dall’assenza di un’autorità superiore capace di garantire un ordine condiviso. In questo vuoto, la politica internazionale assume sempre più i tratti di un reality show – la battuta di Giorgia Meloni su Temptation Island lo coglie con precisione – dove contano le impressioni personali, i messaggi trapelati e le ripicche social, come quelle tra la premier italiana e Donald Trump. Per l’Italia, la conseguenza è duplice: da un lato, la necessità di gestire un’interlocuzione con Londra resa imprevedibile dal ricambio continuo; dall’altro, il rischio che la personalizzazione della politica eroda ulteriormente i meccanismi istituzionali su cui si regge la cooperazione europea in materia di sicurezza e difesa.
Il contesto strutturale aiuta a decifrare la vicenda. La fragilità del governo Starmer non è solo il prodotto di caratteri ingombranti o di un partito diviso tra l’ala centrista e quella più radicale, ma riflette la pressione esercitata da Reform UK, il movimento di Farage che ha strappato consensi alle periferie operaie un tempo feudo laburista. Burnham, ribattezzato dalla stampa «il re del Nord» per il suo stile diretto e l’abbigliamento informale, incarna il tentativo di ricucire quello strappo con un linguaggio popolare e una promessa di rinnovamento. Tuttavia, come avvertono analisti vicini all’opposizione conservatrice, il carisma e le felpe scure non bastano a sostituire un programma di governo, e il nuovo premier dovrà dimostrare di saper trasformare le «buone vibrazioni» in politiche capaci di fermare l’emorragia di voti verso destra.
Il dossier è ora nelle mani del gruppo parlamentare laburista, che voterà entro metà luglio. Se confermato, Burnham erediterà un esecutivo indebolito dalle faide interne e un’opinione pubblica segnata dalla percezione di un declino inarrestabile. Il suo primo banco di prova sarà la capacità di ricompattare la maggioranza su dossier spinosi come l’immigrazione e la transizione energetica, mentre da Washington e da Bruxelles si guarda con attenzione a un eventuale riallineamento della politica estera britannica in un momento in cui l’ordine liberale appare ovunque in ritirata.
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