
Pyongyang testa nuove armi, Seul prepara 500mila “guerrieri dei droni”
Mentre Kim Jong-un rivendica una postura offensiva “letale e distruttiva”, la Corea del Sud annuncia un addestramento di massa alle tecnologie senza pilota, ridisegnando la deterrenza sulla penisola.
Nel giro di poche ore, la penisola coreana ha mostrato due volti della stessa escalation. Giovedì il leader nordcoreano Kim Jong-un ha supervisionato il collaudo di un lanciarazzi multiplo da 240 millimetri con gittata portata a 90 chilometri, di una testata per missili balistici tattici e di proiettili a raggio esteso per obici semoventi. Venerdì il ministero della Difesa di Seul ha annunciato che tutti i 500mila effettivi delle forze armate sudcoreane saranno formati come “guerrieri dei droni”, con l’obiettivo di rendere i velivoli senza pilota una seconda arma personale, accanto al fucile d’assalto.
Secondo l’agenzia di Stato KCNA, Kim ha descritto i test come un passo avanti nell’automazione, nella precisione e nella capacità di colpire in profondità obiettivi strategici – aeroporti, porti, centrali elettriche – situati a sud del 38° parallelo. La retorica ufficiale di Pyongyang inquadra l’ammodernamento non come semplice deterrenza difensiva, ma come costruzione di una “postura offensiva letale e distruttiva” che, nelle parole del leader, deve “tenere i nemici in uno stato costante di inquietudine e paura”. Fonti dell’intelligence occidentale e analisti con sede a Seul leggono in queste dichiarazioni la volontà di consolidare una capacità di first strike convenzionale, complementare all’espansione dell’arsenale nucleare tattico già rivendicata dal regime.
La risposta sudcoreana si inserisce in una revisione dottrinale accelerata dall’osservazione dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Il ministro della Difesa Ahn Gyu-back ha dichiarato che “i droni a basso costo impiegati in grandi numeri stanno cambiando la natura della guerra”, e ha annunciato l’acquisizione di oltre 20mila droni d’attacco monouso entro il 2030, insieme allo sviluppo accelerato del sistema K-Lucas, versione nazionale del drone Lucas statunitense, a sua volta derivato dall’iraniano Shahed-136. Seul intende inoltre produrre 110mila droni entro il 2029 e dotarsi di armi a microonde e laser per la difesa anti-drone. L’intero programma, secondo il ministero, utilizzerà componentistica interamente nazionale per ragioni di sicurezza, escludendo forniture cinesi.
La simultaneità degli annunci non è casuale. Entrambe le capitali si muovono all’ombra di un armistizio mai trasformato in trattato di pace, in un contesto in cui la cooperazione militare tra Pyongyang e Mosca – con truppe nordcoreane schierate in Ucraina e un possibile trasferimento di tecnologie russe sui droni – ha alterato gli equilibri regionali. Per gli analisti di Bruxelles e Washington, l’addestramento di massa sudcoreano rappresenta anche una risposta all’umiliante sconfinamento di droni nordcoreani del 2022, quando cinque velivoli violarono lo spazio aereo di Seul senza che la difesa aerea riuscisse ad abbatterne alcuno. La decisione di decentrare le capacità drone, smantellando il comando centralizzato creato dalla precedente amministrazione, riflette la volontà di rendere ogni unità capace di sorveglianza e attacco.
Il dossier resta aperto su tutti i fronti. Pyongyang prosegue il piano quinquennale di ammodernamento e ha appena commissionato il suo primo cacciatorpediniere da 5mila tonnellate, mentre Seul accelera la corsa ai semoventi senza pilota. Il presidente sudcoreano Lee Jae-myung, dopo il G7 in Francia, ha riferito che Donald Trump ha giudicato venuto il momento di “prestare attenzione alla questione nordcoreana”. Nessun canale di dialogo è attivo, e la prossima verifica sul campo sarà la capacità di entrambi i sistemi – missili e droni – di convivere senza innescare un errore di calcolo.
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