
Venezuela, una settimana dopo il sisma: 1.943 morti accertati, ma l’ONU prepara 10.000 sacchi mortuari
Squadre di soccorso da trenta Paesi scavano ancora tra le macerie, mentre il governo ad interim è accusato di lentezza e censura; il bilancio reale potrebbe essere molto più alto.
A una settimana dal doppio terremoto che ha devastato la costa settentrionale del Venezuela, il presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez ha aggiornato il bilancio ufficiale a 1.943 morti e 10.571 feriti. Le scosse – di magnitudo 7,2 e 7,5, separate da soli 39 secondi – hanno colpito il 24 giugno con epicentri tra Yaracuy e La Guaira, radendo al suolo interi quartieri. Secondo le autorità, 6.461 persone sono state estratte vive dalle macerie, ma il numero dei dispersi resta incerto: una piattaforma della società civile ne conta oltre 46.000, mentre le Nazioni Unite hanno concordato con Caracas l’acquisto di 10.000 sacchi mortuari, segno che ci si attende un’ecatombe ben superiore ai dati ufficiali. Il Servizio geologico statunitense (USGS) stima che le vittime possano essere comprese tra 10.000 e 100.000.
Sul campo operano oltre 2.000 soccorritori internazionali, tra cui squadre italiane, spagnole, statunitensi e latinoamericane. I vigili del fuoco italiani del nucleo USAR di Torino hanno lavorato per quasi venti ore a Macuto per raggiungere una madre con i suoi bambini, prima di dover sospendere le operazioni a causa di una replica sismica che ha reso la struttura troppo instabile. Nonostante il tempo stringa, martedì un bambino di tre anni è stato estratto vivo dopo sei giorni sotto le macerie da un’équipe giordana, un episodio che ha ridato fiato alla speranza. La regina Letizia di Spagna ha salutato a Madrid la partenza di un’équipe medica dell’Agenzia spagnola di cooperazione, mentre la Svezia ha stanziato 25 milioni di corone in aiuti umanitari.
La crisi umanitaria si aggrava di ora in ora. L’Organizzazione mondiale della sanità denuncia un sistema sanitario «sotto pressione estrema»: almeno 38 ospedali sono danneggiati, tre fuori uso, e si temono focolai di morbillo, difterite, dengue e malaria tra gli sfollati. L’UNHCR stima che 1,8 milioni di persone necessitino di assistenza immediata, con carenze diffuse di cibo, acqua potabile e ripari. A La Guaira, l’area più colpita, migliaia di famiglie dormono all’aperto o in accampamenti di fortuna, mentre il Programma alimentare mondiale ha lanciato un appello per 50 milioni di dollari per assistere mezzo milione di persone.
Sul piano politico, il governo ad interim di Delcy Rodríguez – insediatosi dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi lo scorso gennaio – è oggetto di critiche crescenti. Testimoni e organizzazioni non governative denunciano ritardi nell’invio di macchinari pesanti, ostacoli burocratici agli aiuti internazionali e un dispiegamento militare più orientato al controllo dell’ordine pubblico che al soccorso. La censura ha colpito anche la stampa: per 48 ore è stato vietato l’accesso dei giornalisti a La Guaira. In questo scenario, la leader dell’opposizione María Corina Machado ha tentato di rientrare in patria dagli Stati Uniti, ma il suo volo è stato bloccato su pressione di Washington, che teme ripercussioni sulla già fragile stabilità del Paese. Le indagini sulle cause dei crolli e la conta definitiva delle vittime sono ancora in corso.
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Le stime satellitari della NASA indicano quasi 59.000 edifici danneggiati o distrutti, un numero di gran lunga superiore ai pochi centinaia ispezionati ufficialmente. Mentre il bilancio delle vittime supera i 1.700, cresce lo scetticismo sulla capacità delle autorità di gestire l'emergenza e sulla reale portata del disastro.
Una valutazione preliminare della NASA basata su dati radar satellitari indica che circa 58.870 edifici sono stati probabilmente danneggiati o distrutti dai terremoti in Venezuela. La stima non è ancora stata verificata con sopralluoghi sul campo. Il bilancio ufficiale delle vittime supera le 1.700 persone.
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