
India convoca Meta per gli annunci di abusi su minori, seconda crisi in una settimana
Il governo Modi accelera la stretta sulle piattaforme digitali: dopo l'inchiesta BBC su Instagram, nuovi interrogativi su WhatsApp, Telegram e Signal per i rischi di furto d'identità.
Il ministero dell’Elettronica e dell’Informatica indiano ha disposto la convocazione dei vertici di Meta per ottenere spiegazioni sulla diffusione, su Instagram, di inserzioni a pagamento che promuovevano materiale pedopornografico. La decisione, comunicata venerdì da fonti governative, segue un’inchiesta della BBC World Service che ha documentato come annunci con diciture esplicite – «rape video», «child video» – reindirizzassero gli utenti verso canali Telegram dove i contenuti erano in vendita per 99 rupie. Secondo la ricostruzione della rete britannica, alcune segnalazioni inviate a Instagram non avevano prodotto la rimozione immediata dei post, e solo dopo il contatto con i giornalisti la società ha disattivato account e URL incriminati, dichiarando che «nessun sistema è perfetto» e che le tecnologie di rilevamento proattivo restano attive dopo la pubblicazione.
L’iniziativa si inserisce in un’escalation di controlli che nella stessa settimana ha già portato il governo di Nuova Delhi a notificare a WhatsApp, Telegram e Signal l’obbligo di fornire chiarimenti sulle funzionalità di «username» in fase di introduzione. Secondo il ministero, la possibilità di interagire senza esporre il numero di telefono faciliterebbe frodi online, phishing, truffe legate a falsi arresti digitali e attacchi di impersonificazione ai danni di istituzioni pubbliche e finanziarie. Fonti dell’esecutivo indiano precisano che a WhatsApp è stato imposto di sospendere il lancio della novità fino a quando le consultazioni non si concluderanno «in modo soddisfacente per il governo», con una scadenza di tre giorni per una risposta circostanziata, pena l’avvio di procedimenti ai sensi dell’Information Technology Act.
La pressione su Meta e sulle piattaforme di messaggistica cifrata si colloca in un quadro normativo che negli ultimi mesi ha visto l’India ridurre da trentasei a tre ore il tempo concesso per rimuovere contenuti segnalati dalle autorità e disporre il blocco temporaneo di Telegram in occasione di un esame nazionale. Organizzazioni per i diritti digitali con base a Nuova Delhi, come la Internet Freedom Foundation, hanno chiesto la revoca delle notifiche, sostenendo che l’intervento su Signal – servizio adottato da giornalisti e attivisti – colpisca direttamente la libertà di espressione e configuri «una rete di sorveglianza senza base legale». Telegram, da parte sua, ha comunicato di aver rimosso oltre duecentosettantaquattromila canali e gruppi legati ad abusi su minori nel corso del 2026, mentre WhatsApp ha assicurato che i nomi utente saranno opzionali, non ricercabili da estranei e protetti da chiavi aggiuntive per impedire contatti indesiderati.
Agli occhi degli analisti di Bruxelles, la vicenda indiana conferma una tendenza globale alla regolamentazione asimmetrica delle grandi piattaforme, in cui le capitali del Sud globale adottano strumenti di pressione diretta – convocazioni, minacce di ban, richieste di sospensione di funzionalità – che integrano o anticipano i meccanismi previsti dal Digital Services Act europeo. Per l’Italia e l’Europa, il caso indiano rappresenta un banco di prova sulla capacità delle aziende di moderare contenuti illegali in mercati con lingue e contesti culturali molto diversi da quelli occidentali, mentre il dossier resta aperto: la convocazione di Meta per gli annunci pedopornografici è attesa nei prossimi giorni, e la risposta di WhatsApp sulle username dovrà arrivare entro il fine settimana, con la possibilità di un blocco definitivo della funzione in assenza di garanzie ritenute sufficienti.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il governo indiano chiede conto a Meta per la pubblicità di pornografia infantile su Instagram e per la funzione username su WhatsApp. La stampa indiana inquadra la richiesta come un passo regolatorio necessario per proteggere i minori e responsabilizzare le big tech. Il tono è fermo ma procedurale, sottolineando la responsabilità dello Stato.
La richiesta indiana a Meta solleva questioni globali sulla moderazione dei contenuti e la protezione dei minori. La stampa atlantica analizza le implicazioni regolatorie per le piattaforme, mantenendo un tono cauto. L'attenzione è sulle sfide tecniche e legali, senza schierarsi apertamente.
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