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Economia e Mercatilunedì 29 giugno 2026

Tregua fragile sullo Stretto di Hormuz: il petrolio resta vicino ai livelli pre-bellici

Dopo gli attacchi del fine settimana, Washington e Teheran tornano al tavolo, ma la confusione diplomatica e il traffico navale ancora ridotto mantengono i mercati in bilico.

Il cessate il fuoco raggiunto in extremis dopo il nuovo scambio di colpi tra Stati Uniti e Iran ha riportato il petrolio sui livelli precedenti al conflitto, ma non è bastato a dissipare le incertezze. Lunedì il Brent è risalito a 73 dollari al barile e il WTI a 70, recuperando solo in parte il crollo di oltre il 10% della scorsa settimana, quando le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz avevano toccato i massimi dall’inizio della guerra. La tregua ha permesso a Wall Street di voltare pagina: il Dow Jones ha rinnovato il record di chiusura e il Nasdaq è balzato di oltre il 2%, trainato dal rimbalzo dei tecnologici e dall’ingresso di Alphabet nel listino.

La calma sui mercati azionari maschera però una realtà operativa ancora fragile. L’intesa provvisoria del 17 giugno aveva riaperto il corridoio strategico da cui transita un quinto del greggio mondiale, ma i flussi restano al 75% dei volumi pre-bellici e gli attacchi del weekend — missili iraniani su basi americane in Kuwait e Bahrein, raid statunitensi su postazioni di Teheran — hanno mostrato quanto sia labile l’equilibrio. Secondo le stime di Goldman Sachs, mantenendo il ritmo attuale i flussi dal Golfo potrebbero tornare alla normalità di 23 milioni di barili al giorno già all’inizio di luglio; tuttavia, i premi assicurativi e i costi di nolo restano elevati, segnalando che gli armatori non si fidano ancora di una stabilizzazione duratura.

La confusione diplomatica accentua la pressione. Il presidente Trump ha annunciato un incontro a Doha per martedì, con l’invio dei negoziatori Witkoff e Kushner, ma da Teheran il viceministro degli Esteri Gharibabadi ha smentito qualsiasi appuntamento in settimana, limitandosi a confermare colloqui tecnici con l’Oman sulla ridefinizione delle rotte di transito. Questa divergenza di messaggi, letta da Bruxelles come un segnale di fragilità del memorandum d’intesa, tiene i mercati petroliferi in una condizione di attesa guardinga: ogni notizia di un mancato passo avanti rischia di riaccendere i timori sull’offerta, mentre un’eventuale fumata bianca potrebbe accelerare il rientro dei prezzi verso i minimi pre-conflitto.

Per l’Europa e l’Italia, il quadro resta delicato. Il costo dell’energia ha già assorbito rincari superiori al 60% alla pompa in mercati come quello degli Emirati, e un Brent stabilmente sopra i 70 dollari mantiene la pressione sulle imprese energivore del continente. La Banca Centrale Europea, riunita nel forum di Sintra, non intende offrire segnali accomodanti prima del dato sull’inflazione di giovedì, mentre gli operatori guardano con attenzione al rapporto sul lavoro americano: un payroll robusto potrebbe rafforzare il dollaro e rendere il greggio più caro per chi compra in altre valute. Il prossimo banco di prova sarà dunque duplice: l’esito, o il rinvio, del faccia a faccia di Doha e la pubblicazione dei numeri sull’occupazione statunitense, che insieme definiranno la traiettoria di breve periodo di una commodity ancora in bilico tra distensione geopolitica e ripresa logistica.

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I prezzi del petrolio sono saliti lunedì dopo le notizie di un accordo tra Washington e Teheran per sospendere le ostilità e riprendere i colloqui tecnici in Qatar. La tregua temporanea, che prevede il passaggio sicuro delle navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz, ha calmato i timori di interruzioni delle forniture. L'attenzione è sull'apertura diplomatica piuttosto che sui recenti scontri militari.

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I mercati petroliferi hanno oscillato lunedì, mentre i nuovi attacchi tra USA e Iran hanno evidenziato la fragilità dell'accordo di pace provvisorio e hanno nuovamente rallentato il trasporto di energia attraverso lo Stretto di Hormuz. I prezzi sono inizialmente balzati per poi attenuarsi dopo che entrambe le parti hanno concordato di sospendere le ostilità e tornare ai negoziati. La situazione mantiene la regione in stato di allerta per la sicurezza degli approvvigionamenti.

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lunedì 29 giugno 2026

Tregua fragile sullo Stretto di Hormuz: il petrolio resta vicino ai livelli pre-bellici

Dopo gli attacchi del fine settimana, Washington e Teheran tornano al tavolo, ma la confusione diplomatica e il traffico navale ancora ridotto mantengono i mercati in bilico.

Il cessate il fuoco raggiunto in extremis dopo il nuovo scambio di colpi tra Stati Uniti e Iran ha riportato il petrolio sui livelli precedenti al conflitto, ma non è bastato a dissipare le incertezze. Lunedì il Brent è risalito a 73 dollari al barile e il WTI a 70, recuperando solo in parte il crollo di oltre il 10% della scorsa settimana, quando le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz avevano toccato i massimi dall’inizio della guerra. La tregua ha permesso a Wall Street di voltare pagina: il Dow Jones ha rinnovato il record di chiusura e il Nasdaq è balzato di oltre il 2%, trainato dal rimbalzo dei tecnologici e dall’ingresso di Alphabet nel listino.

La calma sui mercati azionari maschera però una realtà operativa ancora fragile. L’intesa provvisoria del 17 giugno aveva riaperto il corridoio strategico da cui transita un quinto del greggio mondiale, ma i flussi restano al 75% dei volumi pre-bellici e gli attacchi del weekend — missili iraniani su basi americane in Kuwait e Bahrein, raid statunitensi su postazioni di Teheran — hanno mostrato quanto sia labile l’equilibrio. Secondo le stime di Goldman Sachs, mantenendo il ritmo attuale i flussi dal Golfo potrebbero tornare alla normalità di 23 milioni di barili al giorno già all’inizio di luglio; tuttavia, i premi assicurativi e i costi di nolo restano elevati, segnalando che gli armatori non si fidano ancora di una stabilizzazione duratura.

La confusione diplomatica accentua la pressione. Il presidente Trump ha annunciato un incontro a Doha per martedì, con l’invio dei negoziatori Witkoff e Kushner, ma da Teheran il viceministro degli Esteri Gharibabadi ha smentito qualsiasi appuntamento in settimana, limitandosi a confermare colloqui tecnici con l’Oman sulla ridefinizione delle rotte di transito. Questa divergenza di messaggi, letta da Bruxelles come un segnale di fragilità del memorandum d’intesa, tiene i mercati petroliferi in una condizione di attesa guardinga: ogni notizia di un mancato passo avanti rischia di riaccendere i timori sull’offerta, mentre un’eventuale fumata bianca potrebbe accelerare il rientro dei prezzi verso i minimi pre-conflitto.

Per l’Europa e l’Italia, il quadro resta delicato. Il costo dell’energia ha già assorbito rincari superiori al 60% alla pompa in mercati come quello degli Emirati, e un Brent stabilmente sopra i 70 dollari mantiene la pressione sulle imprese energivore del continente. La Banca Centrale Europea, riunita nel forum di Sintra, non intende offrire segnali accomodanti prima del dato sull’inflazione di giovedì, mentre gli operatori guardano con attenzione al rapporto sul lavoro americano: un payroll robusto potrebbe rafforzare il dollaro e rendere il greggio più caro per chi compra in altre valute. Il prossimo banco di prova sarà dunque duplice: l’esito, o il rinvio, del faccia a faccia di Doha e la pubblicazione dei numeri sull’occupazione statunitense, che insieme definiranno la traiettoria di breve periodo di una commodity ancora in bilico tra distensione geopolitica e ripresa logistica.

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I mercati petroliferi hanno oscillato lunedì, mentre i nuovi attacchi tra USA e Iran hanno evidenziato la fragilità dell'accordo di pace provvisorio e hanno nuovamente rallentato il trasporto di energia attraverso lo Stretto di Hormuz. I prezzi sono inizialmente balzati per poi attenuarsi dopo che entrambe le parti hanno concordato di sospendere le ostilità e tornare ai negoziati. La situazione mantiene la regione in stato di allerta per la sicurezza degli approvvigionamenti.

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