
Pegasus, Mondiale e diplomazia: la guerra dell’informazione intorno al Marocco
Nuove rivelazioni sul software spia israeliano e uno studio sulla narrazione digitale durante i Mondiali disegnano un campo di battaglia immateriale che coinvolge Rabat, Algeri, Madrid e Parigi.
Un’inchiesta coordinata dal consorzio Forbidden Stories, basata sulla testimonianza di un ex agente dei servizi interni marocchini (DGST) noto come “Safir”, ha riacceso i riflettori sull’uso del software spia israeliano Pegasus da parte del Regno. Secondo i documenti verificati dal Security Lab di Amnesty International, il programma sarebbe stato impiegato per sorvegliare giornalisti, attivisti, diplomatici e capi di governo stranieri, tra cui il presidente francese Macron e il premier spagnolo Sánchez. L’ex ufficiale ha descritto Pegasus come “l’arma del mostro”, riservata agli obiettivi di massima priorità e finanziata, a suo dire, dagli Emirati Arabi Uniti, che avrebbero condiviso la licenza con i servizi di Rabat come un abbonamento Netflix.
Rabat respinge ogni accusa e ha presentato querele per diffamazione in Francia e Spagna. Fonti vicine all’establishment marocchino sottolineano le contraddizioni emerse: l’ex ministra della Difesa francese Florence Parly ha dichiarato di non ricordare alcun episodio e di non nutrire sospetti verso alcuno Stato, mentre la giustizia spagnola ha archiviato il caso nel luglio 2023 per assenza di prove e per il rifiuto di Israele di collaborare. Sul piano diplomatico, il contenzioso non ha impedito un riavvicinamento tra Parigi e Rabat, culminato nel riconoscimento francese della sovranità marocchina sul Sahara occidentale nell’ottobre 2024, né ha incrinato il partenariato strategico con Madrid.
Da Algeri e dagli ambienti saharawi la lettura è opposta. L’ex ambasciatrice algerina a Madrid Taous Feroukhi figura tra i bersagli individuati in Spagna, e l’accademico saharawi Mohamed Bachir Lahsen, anch’egli spiato, definisce l’operazione la prova di un “triplice patto repressivo” tra Marocco, Israele ed Emirati. Secondo questa prospettiva, la tecnologia israeliana sarebbe utilizzata non per lo sviluppo ma per il controllo del dissenso interno e per colpire i difensori della causa saharawi, in un contesto in cui la sorveglianza digitale si salda all’occupazione del territorio conteso.
Parallelamente, uno studio dell’Osservatorio marocchino per la vigilanza mediatica e digitale ha analizzato oltre 500 contenuti legati alla partecipazione del Marocco ai Mondiali di calcio 2026. Il rapporto descrive un ecosistema in cui l’orgoglio nazionale si intreccia a campagne coordinate di contenuti provocatori e a una polarizzazione identitaria che coinvolge soprattutto utenti marocchini, algerini ed egiziani. La ricerca evidenzia come le piattaforme siano diventate un’arena di competizione simbolica, dove influencer e account individuali ridefiniscono la reputazione dei Paesi ben oltre i risultati sportivi. Il dossier Pegasus resta aperto: le vittime annunciano ricorsi davanti alle corti europee, mentre il consorzio giornalistico promette nuove prove. La partita immateriale, tra cyberspionaggio e diplomazia digitale, è appena cominciata.
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa sud-est asiatica | −0.70 | critical |
| Stampa europea continentale | −0.80 | critical |
I difensori del Marocco respingono le accuse di Pegasus come infondate e sottolineano i trionfi diplomatici della nazione, mentre i critici accusano lo Stato di usare spyware israeliano per mettere a tacere il dissenso.
Giustapponendo la celebrazione dei Mondiali allo scandalo di spionaggio, il blocco crea un'equivalenza morale che permette a ciascuna parte di rivendicare la superiorità.
Le narrazioni difensive omettono la dettagliata testimonianza di un ex agente dell'intelligence marocchina che conferma l'uso di Pegasus.
L'ex agente e il consorzio investigativo denunciano l'uso sistematico di Pegasus da parte del Marocco per monitorare i critici, rivelando un modello di abuso che coinvolge i vertici della sicurezza.
Centralizzando la testimonianza di un informatore, la narrazione acquisisce credibilità attraverso un testimone diretto, rendendo le accuse difficili da respingere.
Il rapporto non include le smentite ufficiali del Marocco né la contro-narrativa di una campagna diffamatoria.
L'inchiesta rivela il 'viceré' del Marocco e il suo Ufficio 21 come i cervelli dietro un vasto apparato di spionaggio che prende di mira sia dissidenti interni che leader internazionali.
Personificando il sistema di sorveglianza in una singola figura potente, la narrazione semplifica un complesso apparato statale in un chiaro cattivo, rendendo la storia più avvincente e accusatoria.
L'articolo omette il contesto dei Mondiali e i successi diplomatici del Marocco, concentrandosi esclusivamente sulla dimensione dello spionaggio.
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