
Oro ai massimi da due settimane: tensioni in Medio Oriente e attesa per la Fed spingono i prezzi
Il metallo prezioso supera i 4.100 dollari l'oncia mentre le minacce degli Houthi nel Mar Rosso fanno salire il petrolio e riaccendono i timori inflazionistici, in vista della riunione della banca centrale americana.
L'oro ha toccato il livello più alto dal 7 luglio, spingendosi a 4.129,43 dollari l'oncia nelle contrattazioni spot di mercoledì, con un rialzo dell'1,3 per cento. I futures statunitensi con scadenza ad agosto sono saliti dell'1,4 per cento a 4.134,50 dollari. La spinta è arrivata da acquisti tecnici dopo il forte calo della scorsa settimana, ma anche dal riacutizzarsi delle tensioni in Medio Oriente, che hanno portato il prezzo del petrolio oltre i 95 dollari al barile, con un'accelerazione mensile del 30 per cento.
Dietro il movimento c'è l'intreccio tra rischi geopolitici e politica monetaria. Le minacce dei ribelli Houthi, allineati con l'Iran, hanno costretto due petroliere saudite a invertire la rotta nel Mar Rosso, alimentando i timori per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici attraverso due dei colli di bottiglia più critici del mondo. Questo ha fatto salire le quotazioni del greggio e, di conseguenza, le preoccupazioni per l'inflazione, rafforzando le attese di tassi d'interesse elevati più a lungo. Secondo gli analisti del Golfo, le speranze di progressi diplomatici tra Washington e Teheran contribuiscono a smorzare solo in parte la volatilità, mentre il segretario di Stato americano Rubio ha dichiarato che l'Iran non sembra prendere sul serio i negoziati.
Per gli investitori europei e italiani, la dinamica ha un doppio effetto. Da un lato, l'oro riacquista il suo ruolo di bene rifugio in un contesto di incertezza; dall'altro, il caro-energia rischia di rallentare il percorso di allentamento monetario della Banca centrale europea, con ripercussioni sui costi di finanziamento per imprese e famiglie in un'economia come quella italiana, fortemente dipendente dalle importazioni di greggio. Un sondaggio Reuters tra economisti internazionali indica che la Federal Reserve manterrà il tasso di riferimento invariato fino a tutto il 2026, ma la maggioranza degli interpellati ora considera «alta» la probabilità di un rialzo entro l'anno, un'inversione rispetto al mese scorso quando era giudicata «bassa». Anche gli altri metalli preziosi hanno registrato guadagni: l'argento spot è salito dell'1,6 per cento a 59,71 dollari, il platino dell'1,9 per cento e il palladio del 2,2 per cento.
Il prossimo appuntamento cruciale è la riunione della Fed della settimana prossima, da cui i mercati attendono segnali sul futuro dei tassi. Nel frattempo, l'evoluzione della crisi nel Mar Rosso e gli eventuali sviluppi diplomatici tra Stati Uniti e Iran continueranno a dettare la direzione delle materie prime.
| Stampa iraniana e affini | 0.00 | neutral |
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| Stampa arabo levante-Maghreb | 0.00 | neutral |
| Stampa indiana e sudasiatica | 0.00 | neutral |
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L'Iran osserva con preoccupazione l'impennata dell'oro, legata all'escalation del conflitto regionale e all'ombra della Fed, e si interroga sulle prospettive future.
Utilizza un linguaggio di incertezza e previsioni contrastanti (record o crollo) per creare una narrazione di suspense, facendo leva sulle preoccupazioni regionali per legittimare l'attenzione sul conflitto.
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Il mondo arabo segue l'andamento dell'oro tra tensioni regionali e attesa della Fed, con un occhio alle minacce Houthi nel Mar Rosso.
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L'America Latina riporta l'aumento dell'oro con sobrietà, concentrandosi sui dati di mercato e sulla tregua diplomatica USA-Iran.
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