
Oltre 900 soldati USA in Venezuela per i soccorsi: una svolta dopo il blitz contro Maduro
Il Pentagono schiera uomini e droni per le operazioni di salvataggio dopo i due sismi, segnando un'inversione di rotta rispetto al tentativo di cattura del presidente di gennaio.
Più di 900 militari statunitensi sono stati dispiegati in Venezuela per sostenere le operazioni di soccorso dopo i devastanti terremoti della scorsa settimana, mentre altri 800 sono stati posizionati nei centri di supporto di Porto Rico e Curaçao, nei Caraibi. Lo ha confermato il generale Francis Donovan, comandante del Comando meridionale degli Stati Uniti (Southcom), precisando che le forze americane – inclusi reparti logistici dei Marine con mezzi fuoristrada, camion medi e ambulanze da campo – hanno partecipato alle ricerche tra le macerie, contribuito a riaprire l'aeroporto internazionale e facilitato l'arrivo di aiuti umanitari via aria e mare. Le scosse, di magnitudo 7.2 e 7.5, hanno causato almeno 1.943 morti secondo le autorità venezuelane, distrutto centinaia di abitazioni e danneggiato infrastrutture critiche, inclusi ospedali.
Secondo il comando statunitense, l'impiego di almeno quattro o cinque droni MQ-9 Reaper, coordinati con una cellula di intelligence a Miami, sta fornendo alle autorità venezuelane una mappatura dettagliata dei danni e delle vie di accesso, utilizzando le stesse capacità normalmente riservate al monitoraggio delle minacce nell'emisfero occidentale. 'Stiamo usando alcune delle stesse risorse che useremmo per tracciare minacce emisferiche per assicurarci che le strade siano aperte e per sapere dove si trovano gli edifici danneggiati', ha spiegato Donovan, aggiungendo che alcune di queste informazioni sarebbero difficili da ottenere per le autorità locali 'dal livello del suolo'. La gestione iniziale del disastro da parte di Caracas è stata oggetto di forti critiche da parte della popolazione e di osservatori internazionali, che hanno denunciato l'assenza di mezzi pesanti e squadre di soccorso nei primi giorni cruciali. Da Washington si sottolinea il carattere esclusivamente umanitario della missione, senza piani di stazionamento a lungo termine. 'Non stiamo parlando di restare. Quando il lavoro sarà finito, ce ne andremo', ha dichiarato il generale.
L'operazione segna un rovesciamento di rapporti rispetto a pochi mesi fa: il 3 gennaio scorso, forze speciali americane avevano condotto un raid per catturare l'allora presidente Nicolás Maduro e trasferirlo a New York per un processo per narcotraffico. Ora, la collaborazione sul campo include anche un'azione congiunta che ha portato all'uccisione del capo della banda carceraria Tren de Aragua. Analisti latinoamericani osservano come la tragedia abbia aperto una finestra di cooperazione tattica, pur in assenza di un riavvicinamento politico formale. Il generale Donovan ha espresso la speranza che gli sforzi congiunti possano contribuire a costruire relazioni militari più solide tra i due Paesi.
Per l'Italia, che conta una numerosa comunità di origine italiana in Venezuela, la crisi umanitaria ha un impatto diretto: il governo italiano segue l'evolversi della situazione e, secondo fonti diplomatiche europee, l'Unione Europea sta valutando l'invio di aiuti complementari attraverso il meccanismo di protezione civile. Bruxelles ha già attivato canali di assistenza, mentre l'Italia ha offerto competenze nel campo della protezione civile e della logistica d'emergenza. La durata della missione americana resta indefinita, affidata al coordinamento del Dipartimento di Stato, mentre il Pentagono spera che l'esperienza possa gettare le basi per un rafforzamento dei legami militari bilaterali. Le scosse hanno lasciato migliaia di sfollati e una corsa contro il tempo per estrarre superstiti dalle macerie, con squadre di soccorso internazionali – tra cui i vigili del fuoco di Fairfax, in Virginia – che hanno già tratto in salvo una madre e il suo bambino di nove mesi.
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