
New York Times impugna le citazioni del governo: scontro sulla libertà di stampa negli Stati Uniti
Il quotidiano ha presentato un ricorso per annullare i mandati di comparizione contro tre reporter, in un caso che mette alla prova il diritto alla protezione delle fonti e la sicurezza nazionale.
Il New York Times ha depositato mercoledì 16 luglio presso il tribunale federale del distretto meridionale di New York un’istanza per annullare le citazioni emesse dal Dipartimento di Giustizia nei confronti di tre suoi giornalisti. I reporter erano stati convocati a testimoniare davanti a un gran giurì in relazione a un’inchiesta su una fuga di notizie riguardante le carenze di sicurezza del nuovo Air Force One, l’aereo presidenziale donato dal Qatar e recentemente ammodernato con un investimento di circa 400 milioni di dollari. La mossa legale, presentata sotto sigillo, apre un confronto giudiziario di ampia portata sul confine tra la protezione costituzionale della stampa e la facoltà dell’esecutivo di obbligare i cronisti a rivelare le proprie fonti confidenziali.
Secondo la direzione del quotidiano, le citazioni sono state notificate in malafede con l’intento di punire la testata per la sua copertura giornalistica. David McCraw, vicepresidente e vice consigliere generale del New York Times, ha dichiarato che l’iniziativa viola i diritti costituzionali del giornale e dei suoi giornalisti, e ha annunciato la volontà di difendere in tribunale la libertà di informare su questioni di interesse pubblico. Dal canto suo, il Dipartimento di Giustizia sostiene che i reporter non sono il bersaglio dell’indagine, ma semplici testimoni materiali. Il procuratore generale facente funzioni Todd Blanche, durante la sua audizione di conferma al Senato, ha precisato che l’obiettivo è identificare i funzionari che hanno divulgato informazioni classificate, non perseguire i giornalisti. “La domanda che vogliamo porre loro è chi abbia fornito informazioni riservate sulla sicurezza nazionale”, ha affermato Blanche, secondo quanto riportato dalle agenzie.
La vicenda si inserisce in un più ampio giro di vite dell’amministrazione Trump sulle fughe di notizie. All’inizio dell’anno, l’FBI aveva perquisito l’abitazione di una reporter del Washington Post sequestrandone i dispositivi elettronici. Nell’aprile 2025, l’allora procuratrice generale Pam Bondi aveva revocato una politica introdotta durante la presidenza Biden che limitava la possibilità di acquisire i tabulati telefonici dei giornalisti nelle indagini sulle fughe di notizie, ripristinando la facoltà di usare mandati di comparizione e ordini di perquisizione. Il caso ruota attorno a un articolo del Times che, citando fonti anonime, riferiva che i servizi segreti avevano sconsigliato al presidente Trump di utilizzare il nuovo velivolo per il rientro dal vertice NATO in Turchia, a causa dell’assenza di sistemi antimissile e di altre contromisure difensive. Il presidente ha negato che la scelta di usare un aereo più datato fosse dettata da ragioni di sicurezza.
La controversia assume rilievo anche al di là dei confini statunitensi. In Europa, dove la protezione delle fonti giornalistiche è sancita dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, il caso è osservato con attenzione da organizzazioni per la libertà di stampa e da governi che vedono nell’indebolimento del segreto professionale un precedente pericoloso. Secondo analisti di Bruxelles, un eventuale successo dell’amministrazione nell’obbligare i reporter a testimoniare potrebbe incoraggiare iniziative analoghe in paesi dove l’indipendenza dei media è già sotto pressione. Al momento, il ricorso è al vaglio della corte federale di Manhattan, che dovrà decidere se confermare o annullare le citazioni. La decisione è attesa nelle prossime settimane e potrebbe ridefinire l’equilibrio tra sicurezza nazionale e libertà di stampa negli Stati Uniti, con ripercussioni sul dibattito transatlantico.
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
| Stampa latinoamericana | −0.20 | neutral |
Il New York Times difende la libertà di stampa contro un governo che agisce in malafede.
Citando ripetutamente la 'malafede' del governo e le violazioni costituzionali, il blocco inquadra le citazioni come un attacco illegittimo al giornalismo, rendendo la sfida legale un imperativo morale.
Il New York Times intraprende un'azione legale per proteggere i suoi giornalisti, presentando la sfida alle citazioni come una parte normale del processo giudiziario.
Citando l'avvocato del giornale e concentrandosi sulla presentazione procedurale, il blocco normalizza il conflitto, ritraendo il Times come un'istituzione responsabile che esercita i suoi diritti.
Il New York Times si rifiuta di testimoniare, sfidando le citazioni dell'amministrazione Trump.
Omettendo l'accusa di 'malafede' e limitandosi a riportare il rifiuto, il blocco implica un eccesso di potere governativo senza condannarlo esplicitamente, lasciando al lettore l'inferenza del conflitto.
Il blocco non menziona l'accusa del New York Times secondo cui le citazioni sono state emesse in malafede, il che avrebbe intensificato la contrapposizione.
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