
Venezia 83 riparte da Moretti, dagli Oasis e da un Lido meno hollywoodiano
L’83esima Mostra del Cinema presenta un cartellone ricco di autori italiani e internazionali, con poche major americane e documentari attesi su Musk e la band britannica.
«Mancava dal 1889», ha detto Alberto Barbera in diretta streaming, scatenando le risate dei giornalisti collegati. Poi la correzione: 1989, l’anno di Palombella rossa. Il lapsus del direttore artistico, durante la conferenza di presentazione del programma, ha trasformato in aneddoto il ritorno più atteso dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia: Nanni Moretti in concorso dopo trentasette anni, con Succederà questa notte, un film che dalle prime immagini mostra Louis Garrel muoversi in un campo da basket con la gestualità nervosa del Michele Apicella di Bianca. Un ritorno che per il festival è anche un risarcimento simbolico, dopo che la giuria del 1985 ignorò La messa è finita e spinse il regista romano a preferire per decenni la Croisette al Lido.
Il cartellone svelato il 23 luglio disegna un’edizione in cui il cinema italiano si prende la scena con cinque titoli in gara per il Leone d’oro. Accanto a Moretti, Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis – una coproduzione italo-brasiliana che riporta sullo schermo le ferite della dittatura argentina attraverso il volto di Adriano Giannini –, Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis con Vanessa Scalera, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, ultimo film scritto da Bernardo Bertolucci, e l’horror L’estranea di Paolo Strippoli. Fuori concorso, Gianni Amelio e Mario Martone portano al Lido Nessun dolore e Scherzetto, mentre la sezione Orizzonti accoglie La ragazza con la Leica di Alina Marazzi, film d’apertura, e altri tre titoli italiani. Una presenza corale che, secondo gli osservatori europei, compensa la rarefazione delle grandi produzioni hollywoodiane, assenti quasi del tutto dopo che lo sciopero degli sceneggiatori ha rallentato i listini degli studios.
La selezione internazionale non rinuncia però ai nomi che contano. Martin McDonagh torna con Wild Horse Nine, commedia nera ambientata nel Cile del golpe del 1973 con John Malkovich e Sam Rockwell; Werner Herzog dirige le sorelle Rooney e Kate Mara in Bucking Fastard; Florian Zeller chiude Javier Bardem e Penélope Cruz in un bunker psicologico; Robert Pattinson è il conduttore senza scrupoli di Primetime. L’apertura è affidata a Ink di Danny Boyle, che racconta l’ascesa di Rupert Murdoch nel giornalismo popolare britannico, mentre il cinema asiatico porta in concorso Hirokazu Kore-eda con l’adattamento del manga Look Back e il sudcoreano Lee Chang-dong con Possible Love, distribuito da Netflix. Fuori concorso, il festival si concede due documentari-monstre: Musk di Alex Gibney, quattro ore su Elon Musk, e Joie de vivre di Luca Guadagnino, sette ore dedicate a Bernardo Bertolucci.
Per il pubblico italiano, il momento più pop arriverà con la proiezione di Oasis: Don’t Look Back in Anger, il documentario di Dylan Southern e Will Lovelace che segue la reunion della band di Manchester. «I fratelli Gallagher hanno promesso di venire a Venezia», ha annunciato Barbera, e la notizia ha immediatamente acceso i social, mentre i fan attendono l’ufficializzazione di due possibili date allo Stadio Olimpico di Roma per l’estate 2027. La presenza di Liam e Noel Gallagher sul red carpet promette di mescolare il glamour del festival con l’energia del rock britannico, in un’edizione che il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco ha aperto con una nota amara: la revoca di due milioni di euro di fondi europei, che la Biennale impugnerà davanti al giudice di Berlino, ma che non fermerà la macchina organizzativa.
In un Lido che per undici giorni tornerà a essere crocevia di cinema d’autore e divismo, l’immagine destinata a restare è forse quella di due fratelli che per dodici anni non si sono parlati e che ora camminano fianco a fianco verso la Sala Grande, mentre un festival nato nel 1932 dimostra di saper ancora convocare, in un solo settembre, il peso della Storia argentina, la vertigine del manga giapponese e la nostalgia di una canzone che invitava a non guardarsi indietro con rabbia.
| Stampa europea continentale | +0.30 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | +0.50 | aligned |
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
| Stampa russa e CSI | −0.30 | critical |
L'Italia celebra il ritorno di Nanni Moretti e la forza del cinema nazionale, ma non nasconde una punta di delusione per l'assenza di Hollywood.
Enfatizzando il ritorno storico di Moretti e il numero di film italiani, si crea un'immagine di successo nazionale, mentre la critica alla mancanza di star hollywoodiane è presentata come un'osservazione oggettiva.
Non menziona la controversia sul film russo 'Дау' né la coproduzione brasiliana, che sono invece centrali in altri blocchi.
Il Brasile celebra la sua coproduzione come una tappa fondamentale, sottolineando la crescente influenza del paese nel cinema mondiale.
Concentrandosi esclusivamente sugli elementi brasiliani del film e omettendo il contesto più ampio del festival, la narrazione crea un senso di successo nazionale.
Tralascia l'attenzione italiana sul ritorno di Moretti e la controversia russa, che sono centrali in altri blocchi.
Il festival offre una selezione diversificata di film guidati da star e documentari, promettendo entusiasmo per la stagione dei premi.
Evidenziando gli elementi più commercialmente attraenti (documentario su Musk, commedia di McDonagh) ed evitando qualsiasi inquadramento nazionale o politico, la narrazione posiziona il festival come un evento di intrattenimento globale.
Omette le narrazioni di orgoglio nazionale di Italia e Brasile, così come la controversia politica russa, concentrandosi invece sull'attrattiva universale.
La Russia avverte che il festival sta legittimando un agente straniero, minando la sua credibilità culturale.
Applicando immediatamente l'etichetta ufficiale di 'agente straniero' al regista, la narrazione delegittima l'inclusione del film e inquadra il festival come politicamente sospetto.
Omette la celebrazione del cinema italiano e la coproduzione brasiliana, concentrandosi esclusivamente sul film russo come questione politica.
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