
Louvre, i ladri confessano: «Il mandante era deluso, potevamo prendere di più»
I due sospettati del furto da 88 milioni di euro al museo parigino raccontano ai giudici i dettagli del colpo e il ruolo di un misterioso committente, ma gli inquirenti restano cauti.
Dopo mesi di silenzio, i due uomini accusati del furto di gioielli della corona francese al Museo del Louvre hanno confessato il colpo, sostenendo di aver agito su incarico di un mandante rimasto deluso dal bottino: «Pensava che avremmo potuto prendere molto di più», hanno dichiarato ai giudici istruttori, secondo quanto emerso dagli interrogatori resi noti dalla stampa francese. Abdoulaye N., quarantenne ex star dei social media, e Ghelamallah A., trentaseienne algerino senza occupazione, sono in custodia cautelare dall’ottobre 2025.
La ricostruzione degli inquirenti parigini, confermata dalle ammissioni degli indagati, descrive un’operazione preparata in pochi giorni. Reclutati due o tre giorni prima, i due avrebbero ricevuto un video della Galleria Apollo per studiare le teche. La notte del colpo, con un montacarichi hanno raggiunto un balcone, sfondato una finestra e, armati di un flessibile, tagliato i vetri di due vetrine, impossessandosi di otto pezzi tra diademi, spilla, collane e orecchini, per un valore di 88 milioni di euro. Durante la fuga, Abdoulaye ha lasciato cadere la corona dell’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III, ritrovata danneggiata. I gioielli sarebbero stati consegnati al mandante in un parcheggio di Aubervilliers, ma da allora sono introvabili.
L’esistenza di un committente esterno è il punto più controverso. Gli investigatori francesi non l’hanno confermata e mantengono un atteggiamento prudente. I due si rifiutano di identificarlo, temendo ritorsioni. Le ipotesi al vaglio sono che i gioielli siano stati ceduti a terzi per la rivendita, oppure che siano ancora nascosti nella regione parigina e solo gli autori ne conoscano l’ubicazione.
Il furto ha avuto ripercussioni sulla governance del Louvre: la direttrice Laurence des Cars si è dimessa, sostituita da Christophe Leribois, ex guida della Reggia di Versailles. L’episodio ha sollevato interrogativi sulla sicurezza dei grandi musei europei, patrimonio condiviso anche dall’Italia, e ha spinto molte istituzioni a rivedere i protocolli di protezione.
Al momento, i due imputati attendono il processo per furto in banda organizzata. Le indagini proseguono per ritrovare i gioielli e accertare eventuali complicità. Il destino degli otto pezzi, che insieme contenevano migliaia di diamanti e pietre preziose, resta un enigma.
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I ladri riferiscono di aver agito su ordine di un cliente insoddisfatto del bottino. Il mandante è descritto come deluso perché il furto avrebbe potuto fruttare di più.
Si fa leva sulla fonte ufficiale (Le Monde) e sui verbali degli interrogatori per garantire credibilità, senza aggiungere interpretazioni.
I sospettati rompono il silenzio e rivelano i dettagli del furto su commissione. Il mandante è insoddisfatto e i ladri temono per le loro famiglie.
Si enfatizza la novità della rivelazione e la fonte giudiziaria per creare un senso di esclusiva, ma senza giudizio.
I ladri agiscono su ordine di un mandante insoddisfatto. Il furto è presentato come un'operazione ben organizzata ma con un risultato deludente per il committente.
La notizia si basa esclusivamente sui verbali degli interrogatori e sulla fonte Le Monde, senza aggiungere commenti o contestualizzazioni.
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