
La Siria post-Assad rassicura Beirut: nessuna ingerenza, ma dialogo con Hezbollah
La visita del ministro degli Esteri siriano segna una nuova fase nei rapporti bilaterali, mentre Aoun difende l'accordo quadro con Israele e cerca il sostegno occidentale.
Il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani ha concluso una visita ufficiale a Beirut durante la quale ha incontrato il presidente Joseph Aoun, il premier Nawaf Salam, il presidente del Parlamento Nabih Berri e i leader delle principali comunità religiose e politiche. Al centro dei colloqui, la firma di un accordo per l'istituzione di una commissione superiore congiunta che coordinerà la cooperazione in ambito politico, economico, della sicurezza, culturale e delle infrastrutture. Secondo quanto dichiarato dalle autorità libanesi, il capo della diplomazia di Damasco ha assicurato che la Siria non ha alcuna intenzione di intervenire militarmente in Libano, smentendo le indiscrezioni circolate dopo le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump su un possibile ruolo delle forze siriane contro Hezbollah. Al-Shaibani ha inoltre precisato che Damasco è aperta a un incontro con il movimento sciita libanese «se l'interesse pubblico lo richiederà», adottando una formula che, nell'ottica degli osservatori mediorientali, mira a non alimentare le tensioni settarie interne al Libano e a non riaprire ferite legate al passato interventismo siriano.
Il presidente Aoun, da parte sua, ha difeso con vigore la scelta di negoziare con Israele un accordo quadro, definendola «l'opzione più sicura e meno costosa» dopo le perdite umane e materiali subite dal Paese. In un passaggio rivolto ai critici interni, ha affermato che il negoziato non è un tradimento ma «una guerra diplomatica senza spargimento di sangue», e che il rispetto della sovranità impone di sostenere la decisione dello Stato. Aoun ha inoltre sottolineato la necessità di non perdere il sostegno degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e dei Paesi del Golfo, in una fase che ha descritto come decisiva per il Libano. Questa posizione, accolta con favore dalle cancellerie occidentali, è stata interpretata da analisti vicini all'opposizione come un avallo alla pressione americana per un'intesa che, di fatto, subordina il disarmo di Hezbollah al ritiro israeliano, senza garanzie preventive sulla cessazione delle ostilità.
La missione di al-Shaibani rappresenta il primo vero affaccio diplomatico del nuovo governo siriano sulla scena libanese dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad. Fonti vicine all'amministrazione transitoria di Damasco riferiscono che l'obiettivo prioritario è dissipare l'eredità ingombrante della tutela siriana, fatta di occupazione militare, assassinii politici e ingerenze sistemiche, e costruire una relazione paritaria fondata sul rispetto reciproco della sovranità. Tuttavia, secondo analisti regionali, la cautela con cui il ministro ha affrontato il dossier Hezbollah e il monito a non affrettare un accordo di pace con Israele – che rischierebbe di indebolire la posizione negoziale della stessa Siria, ultimo Paese della regione a non aver normalizzato i rapporti con lo Stato ebraico – rivelano un delicato bilanciamento tra le aspettative americane e la necessità di non riaccendere conflitti interni in un Paese ancora segnato da quattordici anni di guerra civile.
Per l'Italia e l'Europa, la stabilizzazione dell'asse Beirut-Damasco ha riflessi diretti sulla sicurezza del Mediterraneo orientale e sulla gestione dei flussi migratori. Bruxelles ha già espresso sostegno all'accordo quadro libanese-israeliano, mentre Roma, attraverso il contingente UNIFIL nel sud del Libano, segue con attenzione l'evolversi del negoziato e il rischio di una ripresa delle ostilità. I prossimi passi concreti riguarderanno l'avvio dei lavori della commissione superiore siriano-libanese e l'attuazione delle prime misure di cooperazione economica e di sicurezza, mentre resta aperto il dossier del disarmo di Hezbollah, su cui si misurerà la reale capacità del nuovo corso siriano di fungere da attore stabilizzatore senza ricadere nelle logiche di ingerenza del passato.
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